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Presupposti Economici dell'Etica Sociale











Riflessioni sull'attuale crisi economica



Quando si deve affrontare lo studio delle tematiche proprie dell'etica sociale dal punto di vista cristiano, si deve tener conto che la Rivelazione cristiana contiene alcuni grandi principi antropologici e sociali, che hanno svolto lungo la storia un ruolo civilizzatore di grande importanza. Sono principi che riguardano la dignità e centralità della persona, la libertà, la giustizia, il primato dei beni spirituali su quelli materiali, il valore della vita umana e della famiglia, ecc.



La Rivelazione non contiene però una completa teoria politica, sociale ed economica.
Lo ha espresso molto chiaramente Benedetto XVI nel suo memorabile Discorso al Parlamento tedesco: “Contrariamente ad altre grandi religioni, il Cristianesimo non ha mai imposto allo Stato e alla società un diritto rivelato, mai un ordinamento giuridico derivante da una rivelazione. Ha invece rimandato alla natura e alla ragione quali vere fonti del diritto - ha rimandato all'armonia tra ragione oggettiva e soggettiva, un'armonia che però presuppone l'essere ambedue le sfere fondate nella Ragione creatrice di Dio” (1).



Dobbiamo quindi affidarci “alla natura e alla ragione” per capire quale è la razionalità che Dio ha impresso nelle cose, e quindi quale è il modo migliore di organizzare la vita politica, sociale ed economica. Questo implica tra l'altro che, se vogliamo arrivare a conclusioni operative nell'ambito dell'etica sociale, spesso dobbiamo costruire dei ragionamenti che, forse semplificando un po' le cose, avranno la seguente struttura:

- una premessa maggiore costituita da un principio dottrinale di valore perenne, fondato sulla Rivelazione o almeno su una solida tradizione teologica cristiana, che generalmente sarà facilmente condivisa - una premessa minore costituita da una concezione politica, sociale o economica umana, talvolta ampiamente condivisa, talvolta molto controversa - una conclusione operativa concreta il cui valore, secondo la logica formale, segue quello della premessa più debole: se la premessa minore è molto controversa, la conclusione sarà anch'essa molto controversa, anche se quanti ne discutono sono d'accordo sulla validità della premessa maggiore. Se la premessa minore gode di grande certezza, anche la conclusione avrà un elevato grado di certezza (2).



Il problema per il teologo sta nel fatto che quando è necessario appoggiarsi su concezioni politiche o economiche controverse, generalmente la Rivelazione non ci aiuta a capire quale è la concezione giusta. Dobbiamo essere noi stessi a capirlo. Detto con altre parole, anche quando la tradizione cristiana segnala beni da perseguire e da tutelare, generalmente essa non ci dice quali sono qui e ora i mezzi idonei a realizzare o a tutelare quei beni. Oggi, per esempio, tutti siamo d'accordo che occorre porre urgente rimedio al problema della disoccupazione, ma non tutti hanno una visione concorde circa i mezzi che ci consentiranno di creare posti di lavoro.
Le diverse teorie economiche indicano strade differenti.



Si può ben capire allora perché Benedetto XVI ha ritenuto di dover distinguere nell'ambito della Dottrina Sociale della Chiesa fra i principi fondamentali perenni e le applicazioni storiche contingenti (3). Altri studiosi ritengono che nella Dottrina Sociale della Chiesa si devono distinguere tre strati: principi dottrinali di validità universale, “assiomi di mezzo”, e applicazioni molto pratiche e concrete di valore storicamente condizionato, alle volte di carattere meramente prudenziale, e che spetta ai fedeli laici individuare e mettere in pratica (4).



Questo problema epistemologico diventa particolarmente acuto se intendiamo parlare della crisi economica e sociale che attualmente ci preoccupa. La concezione economica dominante da diversi decenni è quella che in modo un po' approssimativo potremmo chiamare keynesiana, che nelle facoltà universitarie di economia viene insegnata e sostenuta come se fosse l'unica possibile (5).



Quando oggi si parla della crisi, delle sue cause e dei suoi possibili rimedi, si parla in termini keynesiani. Quando si parla delle banche, si parla in termini keynesiani. E quando si parla della politica economica, si parla in termini keynesiani. Ma ci sono almeno altre due grandi concezioni economiche alternative.
La prima è la Scuola Austriaca (Carl Menger, Ludwig von Mises, Friedrich A. von Hayek, ecc.) (6).
La seconda è la Scuola di Friburgo, conosciuta generalmente come “economia sociale di mercato” oppure come “ordoliberalismus” (Walter Eucken, Wilhelm Röpke, Alfred Müller-Armack) (7).



C'è ancora una quarta possibilità: il sistema economico marxista o for temente socialista, che mi sembra sufficientemente smentito dalla storia:
l'esperienza ha dimostrato che genera miseria, schiavitù e morte (8). L'esperienza non ci aiuta molto (tranne che per la quarta possibilità), perché in buona parte dei paesi più importanti il sistema sociale ed economico è un sistema misto, non segue unicamente una di queste scuole. Forse la Germania degli anni 60 si è avvicinata molto all'economia sociale di mercato. Pertanto, come diceva Benedetto XVI, dobbiamo affidarci alla “natura e alla ragion”.
E ciascuno di noi lo farà a proprio rischio. Nessuno può affermare che, per quanto riguarda i criteri operativi concreti (i mezzi), la Rivelazione sta dalla sua parte (9).



Nelle riflessioni che personalmente svolgo da tempo sono arrivato alla conclusione che i modelli e le scuole prima citate, considerate radicalmente nella loro purezza, forse sono delle utopie, ma alcune di loro sono utopie fondate su errori intellettuali profondi, e altre sono invece utopie fondate su delle grandi verità, e che pertanto conviene avvicinarsi a queste ultime nella misura del possibile.



La mia opinione è che la verità sta dalla parte della Scuola Austriaca, e caso mai dalla parte del “ordoliberalismus”, e che in quella direzione bisogna muoversi se vogliamo arrivare ad una società politicamente più libera ed economicamente più effciente e giusta.



Ma intendiamoci bene: non si mette in discussione la necessità e l'urgenza di raggiungere le finalità delle quali tutti parlano: noi desideriamo che ci sia lavoro per tutti, che si finisca con lo sperpero delle risorse nazionali, che ci sia progresso sociale ed economico, che aumenti il benessere per tutti e soprattutto per coloro che stanno peggio, ecc. Il problema sta nell'individuazione dei mezzi che ci consentano di realizzare qui e ora tali finalità. Di seguito menziono quasi telegraficamente alcuni delle linee guida proposte dalla Scuola Austriaca. La Scuola Austriaca ha dato l'unica spiegazione per me convincente dei cicli economici, cioè, delle cause per le quali da molti decenni l'economia segue un andamento ciclico: periodi di boom economico seguiti da periodi di depressione o di crisi (stiamo così almeno dagli anni 20' del secolo scorso) (10). La causa dell'alternarsi di periodi di boom economico e di periodi depressivi è la politica di espansione creditizia non fondata sul risparmio seguita deliberatamente dalle autorità monetarie nazionali e internazionali, principalmente dalla Federal Reserve degli Stati Uniti e da alcune banche centrali europee e asiatiche. Questa politica, volutamente inflazionistica, è motivata dalla convinzione che non ci possa essere progresso economico se non si ottiene un aumento dei consumi mediante una politica di aumento dell'offerta monetaria da parte dello Stato, che causa una continua e programmata perdita del valore di acquisto della moneta.



Ritengo che questo tipo di politica sia un grosso errore e una grave ingiustizia verso tutti, e specialmente verso coloro che stanno peggio (11). L'intervento dello Stato nell'economia, principalmente l'intervento sui prezzi, sui salari, sugli investimenti e sull'offerta monetaria, non ci dovrebbe essere. Lo Stato non può essere il principale o quasi il principale attore economico, come succede quando la spesa pubblica ha bisogno di prendere mediante le tasse più del 40 per cento del reddito dei cittadini. Lo Stato deve garantire soltanto un quadro istituzionale e giuridico, integrato da non molte norme di giustizia di carattere generale e astratto, idonee a garantire il corretto funzionamento dell'economia e a contenere i fattori che introducono elementi di distorsione, di immoralità, di frode, e di abuso di potere nel sistema economico. La natura del contratto di deposito deve essere rispettata dalle banche, seguendo una norma di giustizia già conosciuta dal diritto romano. Un deposito non è un prestito né un investimento. Se viene trattato come un prestito o un investimento, mediante il sistema della riserva frazionaria, le banche generano inevitabilmente un processo di espansione creditizia che causa gravi distorsioni nel sistema economico, e che ha una notevole responsabilità sulle crisi di depressione economica.



Il progresso economico e il maggiore benessere delle persone e della famiglie legato all'aumento della produttività, ai saggi investimenti in beni di capitale (tecnologia, fattori per la produzione, ecc.) fondati sul risparmio, e all'aumento del valore di acquisto della moneta, e non invece all'aumento dell'offerta monetaria prodotto artificialmente dalle autorità monetarie e seguito dal meccanismo inflazionistico.



Vanno soppresse tutte le leggi che creano situazioni sociali o economiche di privilegio. I politici e i legislatori dovrebbero capire che la loro funzione non può essere assimilata all'ingegneria sociale. Il sistema sociale ed economico è un insieme molto complesso di processi che fanno confluire verso il bene di tutti conoscenze e competenze che si trovano disperse tra l'elevatissimo numero di attori economici (imprenditori, consumatori, lavoratori, esperti in tecnologia, gestori di negozi e botteghe, ecc.). Nessuna persona o gruppo di esperti può essere in possesso delle conoscenze necessarie per gestire l'intero sistema in modo ingegneristico.
Occorre affidarsi maggiormente alla libertà, al coordinamento spontaneo di competenze e di interessi, che si realizza ogni giorno mediante i processi sociali quando essi sono liberi (12).



I servizi sociali devono essere garantiti. Ma vanno garantiti mediante una concezione attiva e imprenditoriale della sussidiarietà. Quanto più piccolo è l'apparato statale, tanto meglio per tutti. Qualcuno potrebbe domandarsi: ma dato che la nostra attuale società non funziona così ed è in crisi, cosa facciamo per uscirne?
La domanda andrebbe rivolta a coloro che hanno creato questa situazione.
A loro spetta dirci come se ne esce.
Ma sono convinto che le necessarie riforme sociali ed economiche dovrebbero andare tutte nella direzione che ho delineato nelle riflessioni precedenti.
Argomento pubblicato su Blog CATTOLICI, il Raccoglitore Italiano di BLOG di Fedeli CATTOLICI...
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- Non potete alterare o trasformare quest'opera, nè usarla per crearne un'altra.

Si ringrazia,
Prof. Mons. Angel Rodríguez Luño
Facoltà di Teologia
Pontificia Università della Santa Croce

Queste pagine sono la traccia del intervento dell'autore in una tavola rotonda tenutasi a Roma il 13 giugno 2013.





NOTE:

1) Benedetto XVI, Discorso al Parlamento Federale nel Reichstag di Berlino, 22-IX-2011. Le stesse idee vengono esposte, anche se in un altro contesto, in Benedetto XVI - J. Ratzinger, Gesù di Nazaret (I), Rizzoli, Milano 2007, p. 146.

2) Cf. su questo punto C. Ca_arra, Introduzione alla Dottrina Sociale della Chiesa, 14-X-1996: http://www.caffarra.it/allcat96.php.

3) Cf. Benedetto XVI, Discorso alla Curia Romana, 21-XII-2005.

4) A proposito del secondo strato C. Caffarra parla di “assiomi di mezzo”: cf. Introduzione alla Dottrina Sociale della Chiesa, cit. A. Bellocq parla invece di “axiomas intermedios”: cf. A. Bellocq, La Doctrina Social de la Iglesia. Qué es y qué no es, Edicep - Edusc, Valencia 2012, pp. 84-87; Preston parla di “Middle Axioms”: cf. R. H. Preston, Middle Axioms in Christian Social Ethics, in J. Atherton (ed.), Christian Social Ethics. A Reader, Pilgrim Press, Cleveland 1994, pp. 144-153. Preston è anglicano.

5) Di Keynes si veda Teoria generale dell'occupazione, dell'interesse e della moneta e altri scritti , UTET, Torino 1994. Si può trovare un buon confronto sulla concezione dell'economia delle diverse scuole in J. Franch Parella, Economía, Unión Editorial, Madrid 2013.

6) Per una visione di insieme delle posizioni fondamentali della Scuola Austriaca, cf. J. Huerta de Soto, La Scuola Austriaca. Mercato e creatività imprenditoriale, Rubbettino, Soveria Mannelli (CZ) 2003. Le principali tesi economiche della Scuola Austriaca procedono dalla Scuola di Salamanca, formatasi nell'ambito della seconda scolastica spagnola, come ha dimostrato ampiamente A. Chafuen, Cristiani per la libertà. Radici cattoliche dell'economia di mercato, Liberilibri, Macerata 1999. Per uno studio profondo tesi economiche austriache si vedano C. Menger, Principi di economia politica, Rubbettino, Soveria Mannelli (CZ) 2001 e L. von Mises, L'azione umana. Trattato di economia, UTET, Torino 1959. Di notevole interesse lo stduio di J. Aranzadi del Cerro, Liberalismo contra liberalismo. Análisis teórico de las obras de Ludwig von Mises y Gary Becker, Unión Editorial, Madrid 1999.

7) Di W. Röpke, si vedano: Al di là dell'offerta e della domanda. Verso un'economia umana, Edizioni di "Via Aperta", Milano 1965, e Il Vangelo non è socialista: scritti su etica cristiana e libertà economica (1959-1965 ), Rubbettino - L. Facco, Soveria Mannelli (CZ) - Treviglio (BG) 2006.

8) Per uno studio profondo delle ragioni per le quali il comunismo produce miseria economica si veda L. von Mises, Socialismo. Analisi economica e sociologica, Rusconi, Milano 1990.

9) Negli scritti divulgativi non è raro trovare l'idea che alcune delle scuole citate prima, soprattutto la Scuola Austriaca, sarebbero poco compatibili con alcune esigenze dell'etica sociale cristiana, forse per le loro idee sull'eguaglianza o sulla redistribuzione del reddito. Queste critiche non tengono presente che tra queste scuole non c'è un disaccordo riguardante le finalità sociali da raggiungere, ma solo sui mezzi. Ciò che negli autori prima citati della Scuola Austriaca poteva sembrare poca sensibilità verso alcune tematiche sociali rispondeva in realtà alla loro ferma opposizione a quanti, per motivazioni di etica sociale, auspicavano la proprietà statale dei mezzi di produzione, non ottenendo però altro risultato che la miseria economica, la soppressione della libertà e la morte. Proprio perché la Scuola Austriaca persegue il benessere di tutti, non può condividere i mezzi proposti dalle politiche socialiste. Dovrebbero essere oggetto di riflessione le seguenti parole di W. Röpke: “Uno dei più pericolosi errori del nostro tempo è di credere che la libertà economica e la società che è basata su di essa non siano compatibili con le esigenze di un atteggiamento rigorosamente cristiano. Questa stravagante credenza è la causa di un conflitto ben conosciuto, comune al vecchio e al nuovo mondo, e cioè che una non trascurabile parte del clero, sia cattolico che protestante, propende marcatamente verso la sinistra socialista. Viste le allarmanti conseguenze di questa tendenza, che attenua la nostra resistenza al comunismo proprio nel momento più critico e che insinua un vago disagio morale nella nostra società, è della massima importanza spazzar via la confusione intellettuale che vi sta al fondo” ( Il Vangelo non è socialista: scritti su etica cristiana e libertà economica (1959-1965 ), cit., p. 59). E poi lo stesso autore aggiunge: “Ma per poter vedere con chiarezza queste cose è necessario tenere un occhio sulle questioni economiche e l'altro sulle questioni etiche. C'è una sorta di moralismo che ignora i più semplici elementi dell'economia ed è suscettibile perciò di fare i danni più gravi col pronunciare giudizi morali su azioni che non sono capite. C'è, dall'altra parte, una sorta di economicismo che erra per ignoranza delle imprescindibili basi morali di una vita economica, almeno al livello della teoria. Il moralismo ignorante e l'economicismo ottuso sono due atteggiamenti ugualmente deleteri. Ambedue gli errori, tuttavia, possono essere corretti con l'incontro a mezza strada” (Ibid., pp. 59-60).

10) In un articolo scritto nel 1928, dal titolo Das intertemporale Gleichgewichtssystem der Preise und die Bewegungen des “Geldwertes”, F. A. von Hayek predisse la grande depressione del 1929, dovuta alla politica di espansione creditizia portata avanti dalla Federal Reserve degli Stati Uniti tendente a neutralizzare gli effetti deflazionistici determinati in quelli anni dall'aumento della produttività. Nel 1931 pubblicò il libro Prezzi e produzione: una spiegazione delle crisi delle economia capitaliste (ESI, Napoli 1990), con una più completa spiegazione degli effetti sull'economia delle politiche di espansione creditizia non fondate sul risparmio. Per quanto riguarda l'attuale crisi economica, si vedano J. Huerta de Soto, Moneta, credito bancario e cicli economici, Rubbettino, Soveria Mannelli (CZ) 2012, pp. 247-355 e lo studio di T. E. Woods, Meltdown: A Free-Market Look at Why the Stock Market Collapsed, the Economy Tanked, and Government Bailouts Will Make Things Worse , Regnery Publishing, Washington DC, 2009.

11) L'inflazione, vale a dire, la perdita di potere di acquisto della moneta, è molte volte una forma occulta di tassazione o di auto-finanziamento da parte dello Stato, e comporta una diminuzione dei salari e delle pensioni reali (non nominali). A pagare il prezzo sono quanti devono vivere con una pensione o con un salario basso o medio-basso.

12) Forse F.A. von Hayek è stato il miglior critico del razionalismo costruttivistico e dell'ingegneria sociale. Si veda per esempio F.A. von Hayek, Legge, legislazione e libertà. Critica dell'economia pianificata, Il Saggiatore, Milano 2010.













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"[...] Non abbiate paura!
APRITE, anzi, SPALANCATE le PORTE A CRISTO!
Alla sua salvatrice potestà aprite i confini degli Stati, i sistemi economici come quelli politici, i vasti campi di cultura, di civiltà, di sviluppo.
Non abbiate paura!
Cristo sa "cosa è dentro l’uomo". Solo lui lo sa!
Oggi così spesso l’uomo non sa cosa si porta dentro,
nel profondo del suo animo, del suo cuore.
Così spesso è incerto del senso della sua vita su questa terra.
È invaso dal dubbio che si tramuta in disperazione.
Permettete, quindi – vi prego, vi imploro con umiltà e con fiducia – permettete a Cristo di parlare all’uomo.
Solo lui ha parole di vita, sì! di vita eterna. [...]"


Papa Giovanni Paolo II
(estratto dell'omelia pronunciata domenica 22 ottobre 1978)



 
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