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Attività apostolica di Benedetto XVI e Considerazioni







Il cuore dell'Attività Apostolica di Benedetto XVI







26 Febbraio 2013 - Padre Giuseppe Buono, PIME (Pontificio Istituto Missioni Estere)




“Il Signore non mi dia pace...”


Le dimissioni di Benedetto XVI hanno scosso la Chiesa e stupito il mondo intero. Ognuno ha reagito secondo la propria fede e le proprie convinzioni personali. La Gerarchia cattolica ha invitato tutti i fedeli alla preghiera allo Spirito Santo, all’ammirazione della decisione presa da Benedetto XVI in tutta coscienza e umiltà: “Dopo aver ripetutamente esaminato la mia coscienza davanti a Dio, sono pervenuto alla certezza che le mie forze, per l’età avanzata, non sono più adatte per esercitare in modo adeguato il ministero petrino”. Ecco, l’amore totale alla Chiesa e alla sua vita hanno fatto prendere coscienza a Benedetto XVI della fragilità data dall’invecchiamento e della conseguente impossibilità a governare al meglio la Chiesa.

Ora che tutti ricordano gli anni e le opere grandi di otto anni di luminoso pontificato, da parte nostra vorremmo ricordare in estrema sintesi quello che ci sembra sia stato il cuore dell’attività apostolica di Benedetto XVI: la missione universale della Chiesa.



Missionario infaticabile sulle strade del mondo


Poco tempo dopo l’inizio del suo ministero di pastore universale della Chiesa, nel pellegrinaggio “tanto desiderato” sul sepolcro dell’apostolo delle Genti, nella Basilica di san Paolo fuori le Mura, Benedetto XVI, che si era presentato alla Chiesa e al mondo come “l’umile operaio nella vigna del Signore” all’omelia della Messa vibrò di forti e appassionati accenti missionari. Disse, e ora queste parole risuonano come la realizzazione di una grande profezia: “All’inizio del terzo millennio, la Chiesa sente con rinnovata vivezza che il mandato missionario di Cristo è più che mai attuale. Il Grande Giubileo del Duemila l’ha condotta a ripartire da Cristo, contemplato nella preghiera, perché la luce della sua verità sia irradiata a tutti gli uomini, anzitutto con la testimonianza della santità”.

Poi la preghiera definitivamente significativa dello spirito e del programma missionario che avrebbe realizzato in otto anni di pontificato: “Voglia il Signore alimentare anche in me un simile amore (quello di Paolo di Tarso), perché non mi dia pace di fronte alle urgenze dell’annuncio evangelico nel mondo di oggi”.




Santità e martirio per la missione


Richiamò le radici che devono alimentare la missione della Chiesa: la contemplazione e il martirio.

La prima ricordando l’insegnamento di san Benedetto, di cui volle prendere il nome, di “non anteporre assolutamente nulla all’amore di Cristo”. Come dire: senza la preghiera, la contemplazione, che si trasforma in amore, la missione della Chiesa non è possibile. Quindi il richiamo al martirio e ai martiri, come testimonianza definitiva di amore a Cristo: “Il secolo ventesimo è stato un tempo di martirio… Se dunque il sangue di martiri è seme di nuovi cristiani, all’inizio del terzo millennio è lecito attendersi una rinnovata fioritura della Chiesa, specialmente là dove essa ha maggiormente sofferto per la fede e per la testimonianza del Vangelo”. Possiamo dire che il martirio dei cristiani in varie parti del mondo ha come cadenzato i passi del cammino pastorale di Benedetto XVI, fino ai martiri africani della Nigeria dell’ultimo Natale e ai martiri dell’inizio del nuovo Anno in alcuni paesi del Medio Oriente e anche dell’America Latina.




Una missione continua


Nell’omelia della prima santa Messa concelebrata con i cardinali all’indomani della sua elezione a Pontefice, affermò: “Nell’intraprendere il suo ministero il nuovo Papa sa che suo compito è far risplendere davanti agli uomini e alle donne di oggi la luce di Cristo”. Promise: “Non risparmierò sforzi e dedizione per proseguire il promettente dialogo avviato dai miei predecessori con le diverse civiltà, perché dalla reciproca comprensione scaturiscano le condizione di un mondo migliore per tutti”.

Benedetto XVI ha strettamente collegato il problema ecumenico e il dialogo con le religioni non cristiane alla missione della Chiesa.

Chiarì realisticamente che l’ecumenismo doveva alimentarsi “di gesti concreti, di gesti che entrano nelle anime, commuovono le coscienze, che sollecitano la conversione interiore di ciascuno di noi”.

La prima volta di un Papa, nominò espressamente i musulmani: “Esprimo il mio apprezzamento per la crescita del dialogo tra musulmani e cristiani, sia a livello locale che internazionale”. Indicò quello che doveva essere l’obiettivo comune: “Il mondo in cui viviamo è spesso segnato da conflitti, violenze e guerre, ma è necessaria la costruzione della pace che è un dono di Dio e per la quale continueremo a pregare senza fermarci”.




La promozione della Nuova Evangelizzazione


Il dinamismo missionario che ha costellato gli otto anni di pontificato di Benedetto XVI, soprattutto i suoi viaggi intercontinentali, le Esortazioni apostoliche postsinodali, le Giornate Mondiali della Gioventù, hanno avuto un’eco profonda e un coinvolgimento di tutta la Chiesa nella promozione della Nuova Evangelizzazione per la trasmissione della fede cristiana convocando per questo in Vaticano la XIII Assemblea Generale Ordinaria del Sinodo dei Vescovi, dal 7 al 28 ottobre 2012, e indicendo la celebrazione dell’Anno della Fede dall’11 ottobre 2012 al 23 novembre 2013.

L’ansia missionaria di Benedetto XVI esplose nell’omelia della Messa per la solenne apertura della XIII Assemblea Gene rale del Sinodo dei Vescovi. Il Papa XIII ricordò: “La Chiesa esiste per evangelizzare. Fedeli al comando del Signore Gesù Cristo, i suoi discepoli sono andati nel mondo intero per annunciare la Buona Notizia, fondando dappertutto le comunità cristiane. Col tempo, esse sono diventate Chiese ben organizzate con numerosi fedeli. In determinati periodi storici, la divina Provvidenza ha suscitato un rinnovato dinamismo dell’attività evangelizzatrice della Chiesa. Basti pensare all’evangelizzazione dei popoli anglosassoni e di quelli slavi, o alla trasmissione del Vangelo nel continente americano e poi alle stagioni missionarie verso i popoli dell’Africa, dell’Asia e dell’Oceania... Anche nei nostri tempi lo Spirito Santo ha suscitato nella Chiesa un nuovo slancio per annunciare la Buona Notizia, un dinamismo spirituale e pastorale che ha trovato la sua espressione più universale e il suo impulso più autorevole nel Concilio Ecumenico Vaticano II. Tale rinnovato dinamismo dell’evangelizzazione produce un benefico influsso sui due «rami» specifici che da essa si sviluppano, vale a dire, da una parte, la missio ad gentes, cioè l’annuncio del Vangelo a coloro che ancora non conoscono Gesù Cristo e il suo messaggio di salvezza e, dall’altra parte, la nuova evangelizzazione, orientata principalmente alle persone che, pur essendo battezzate, si sono allontanate dalla Chiesa e vivono senza fare riferimento alla prassi cristiana.

L’Assemblea sinodale che oggi si apre è dedicata a questa nuova evangelizzazione per favorire in queste persone un nuovo incontro con il Signore, che solo riempie di significato profondo e di pace la nostra esistenza; per favorire la riscoperta della fede, sorgente di Grazia che porta gioia e speranza nella vita personale, familiare e sociale. Ovviamente, tale orientamento particolare non deve diminuire né lo slancio missionario in senso proprio, né l’attività ordinaria di evangelizzazione nelle nostre comunità cristiane...” (Cfr. L’Osservatore Romano, 8 ottobre 2012, pag.1).




La Porta della Fede


Spiegava Benedetto XVI nella Lettera motu proprio Porta Fidei: “Fin dall’inizio del mio ministero come Successore di Pietro ho ricordato l’esigenza di riscoprire il cammino della fede per mettere in luce con sempre maggiore evidenza la gioia ed il rinnovato entusiasmo dell’incontro con Cristo... Non possiamo accettare che il sale diventi insipido e la luce sia tenuta nascosta (cfr Mt5,13-16). Anche l’uomo di oggi può sentire di nuovo il bisogno di recarsi come la samaritana al pozzo per ascoltare Gesù, che invita a credere in Lui e ad attingere alla sua sorgente, zampillante di acqua viva (cfr Gv 4,14).

Dobbiamo ritrovare il gusto di nutrirci della Parola di Dio, trasmessa dalla Chiesa in modo fedele, e del Pane della vita, offerti a sostegno di quanti sono suoi discepoli (cfr Gv 6,51)... Alla luce di tutto questo ho deciso di indire un Anno della fede. Esso avrà inizio l’11 ottobre 2012, nel cinquantesimo anniversario dell’apertura del Concilio Vaticano II, e terminerà nella solennità di Nostro Signore Gesù Cristo Re dell’Universo, il 24 novembre 2013. Nella data dell’11 ottobre 2012, ricorreranno anche i vent’anni dalla pubblicazione del Catechismo della Chiesa Cattolica, testo promulgato dal mio Predecessore, il Beato Papa Giovanni Paolo II [3], allo scopo di illustrare a tutti i fedeli la forza e la bellezza della fede...”... L’Assemblea Generale del Sinodo dei Vescovi è stata da me convocata, nel mese di ottobre del 2012, sul tema de La nuova evangelizzazione per la trasmissione della fede cristiana. Sarà quella un’occasione propizia per introdurre l’intera compagine ecclesiale ad un tempo di particolare riflessione e riscoperta della fede”. (Porta Fidei, 2-4).




Maria, la prima missionaria


Benedetto XVI lungo tutto il suo servizio apostolico di “umile operaio nella vigna del Signore ha continuamente fatto riferimento alla presenza missionaria di Maria nel cammino della Chiesa. Nell’insegnamento mariologico di Benedetto XVI la presenza e l’opera di Maria, Madre della Chiesa, è insostituibile.

Qualche esempio.

Nella prima enciclica Deus Caritas est, del Natale 2005, tesse un elogio denso di teologia e di amore a Maria nel suo ruolo di associata all’opera redentrice del Figlio. Scrive: “Tra i santi eccelle Maria, Madre del Signore e specchio di ogni santità. Nel Vangelo di Luca la troviamo impegnata in un servizio di carità alla cugina Elisabetta, presso la quale resta « circa tre mesi » (1, 56) per assisterla nella fase terminale della gravidanza. « Magnificat anima mea Dominum », dice in occasione di questa visita — « L'anima mia rende grande il Signore » — (Lc 1, 46), ed esprime con ciò tutto il programma della sua vita: non mettere se stessa al centro, ma fare spazio a Dio incontrato sia nella preghiera che nel servizio al prossimo — solo allora il mondo diventa buono. Maria è grande proprio perché non vuole rendere grande se stessa, ma Dio.

Ella è umile: non vuole essere nient'altro che l'ancella del Signore (cfr Lc1, 38. 48). Ella sa di contribuire alla salvezza del mondo non compiendo una sua opera, ma solo mettendosi a piena disposizione delle iniziative di Dio. È una donna di speranza: solo perché crede alle promesse di Dio e attende la salvezza di Israele, l'angelo può venire da lei e chiamarla al servizio decisivo di queste promesse. Essa è una donna di fede: « Beata sei tu che hai creduto », le dice Elisabetta (cfr Lc1, 45). Il Magnificat — un ritratto, per così dire, della sua anima — è interamente tessuto di fili della Sacra Scrittura, di fili tratti dalla Parola di Dio”. L’annuncio della Parola di Dio è il contenuto stesso della missione. In questo accogliere e dar vita umana al Figlio di Dio e poi donarlo a tutti è il cuore stesso della missione della Chiesa; per questo Maria è la prima missionaria del Figlio e Madre deli apostoli di tutti i tempi.




La missione nel Sì di Maria


Nell’omelia della Santa Messa celebrata a Loreto il 4 ottobre 2012, alla vigilia dell’apertura del Sinodo dei Vescovi e dell’inizio dell’Anno della Fede, diceva: “Cari fratelli e sorelle, in questo pellegrinaggio ... vorrei affidare alla Santissima Madre di Dio tutte le difficoltà che vive il nostro mondo alla ricerca di serenità e di pace, i problemi di tante famiglie che guardano al futuro con preoccupazione, i desideri dei giovani che si aprono alla vita, le sofferenze di chi attende gesti e scelte di solidarietà e di amore. Vorrei affidare alla Madre di Dio anche questo speciale tempo di grazia per la Chiesa, che si apre davanti a noi. Tu, Madre del «sì», che hai ascoltato Gesù, parlaci di Lui, raccontaci il tuo cammino per seguirlo sulla via della fede, aiutaci ad annunciarlo perché ogni uomo possa accoglierlo e diventare dimora di Dio. Amen!”.

Alla vigilia dell’inizio dell’Anno della Fede, il 14 settembre 2012, firmando l’Esortazione Ecclesia in Medio Oriente, scriveva: “Il cuore di Maria, Theotokos e Madre della Chiesa, è stato trafitto (cfr Lc 2, 34-35) a causa della contraddizione che il suo Figlio Divino ha portato, cioè a causa delle opposizioni e dell’ostilità alla missione di luce che Cristo ha affrontato e che la Chiesa, suo Corpo mistico, continua a vivere. Maria, che la Chiesa intera, in Oriente come in Occidente, venera con tenerezza, ci assisterà maternamente. Maria, la tutta Santa, che ha camminato in mezzo a noi, saprà una volta ancora presentare le nostre necessità al suo Figlio Divino. Lei ci offre il suo Figlio. Ascoltiamola perché ci apre alla speranza: «Qualsiasi cosa vi dica, fatela!» (Gv 2, 5).[1] Ci sembra che non vi sia conclusione più bella e più vera di queste citazioni per raccogliere l’eredità di Benedetto XVI di essere veri missionari ubbidendo a Maria nell’eseguire quello che Gesù, suo Figlio, comanda a ognuno di noi. Perché lui, ancora una volta, ripete a ciascuno di noi e a tutti noi battezzati: “Andate in tutto il mondo e predicate il Vangelo a ogni creatura” (Mt 16,15).

Fra tanti esempi luminosi e profondi, Benedetto XVI ci lascia anche questo altissimo magistero missionario. Tutta la Chiesa gli è commoventemente grata ma sa che non v’è ringraziamento migliore che mettersi in cammino gioioso e convinto sulle strade della Chiesa, che sono le strade della sua missione, come ha insegnato e fatto Papa Benedetto XVI.



NOTE

[1] Benedetto XVI, Ecclesia in Medio Oriente, 100.















Tutto un Mese di PREGHIERA e anche di RIFLESSIONE


[sulla rinuncia di Benedetto XVI e la convocazione del conclave]





di Jean Madiran



Articolo pubblicato sul n° 7794 del giornale francese Présent, del 16 febbraio 2013



L’esplosione mediatica di una moltitudine di pettegolezzi non ci deve indurre a credere, come ci viene proposto artificiosamente, che la rinuncia di Benedetto XVI «sollevi una moltitudine di domande sulle ragioni della sua decisione».

Io credo che occorra prendere nella sua semplicità diretta e tagliente, quantunque discreta, la ragione che ha dato egli stesso della sua partenza: la condizione di «una vita di fede» inghiottita nel «mondo di oggi», esige dal vescovo di Roma, successore di san Pietro, un vigore del corpo e dello spirito che l’«avanzamento della sua età» ha diminuito in lui «nel corso degli ultimi mesi».

Per questa ragione, Benedetto XVI ha appena compiuto un atto che ne contiene due: egli lascia il suo incarico, ma allunga anche di diciassette giorni il ritardo minimo previsto per la riunione del conclave che sceglierà il suo successore. Tale saggio ritardo è di almeno quindici giorni dopo la vacanza della sede apostolica: due settimane di preghiere di riflessione prima che i cardinali, infine riuniti, rientrano nell’obbligo di votare quattro volte al giorno. La condizione del mondo e della Chiesa esige o almeno consiglia, secondo Benedetto XVI, di tenere almeno un intero mese di riflessione e di preghiere.

Il Papa che, il 7.07.07, ha reso pienamente alla Messa tradizionale il suo diritto di cittadinanza nella Chiesa, il Papa che ha ristabilito il principio di interpretare il Concilio alla luce della Tradizione e non viceversa, il Papa che ha denunciato l’apostasia silenziosa dell’esegesi attualmente dominante, ha incontrato l’opposizione di una gran parte della cattolicità, troppo spesso con le conferenze episcopali in testa. Senza dover entrare nei particolari delle contraddizioni dottrinali o pastorali che vescovi e cardinali gli hanno pubblicamente manifestato in maniera implicita e perfino esplicita, basta fermarsi a quello che tutti possono constatare. Poiché tutti hanno potuto constatare che, malgrado il suo insegnamento e il suo esempio, egli non è riuscito a sopprimere la comunione sulla mano, né a far girare verso Dio il celebrante della forma «ordinaria» del rito romano, né a porre fine alla soppressione di tutti gli inginocchiamenti. Egli ha incontrato nella Chiesa la potenza perversa di autorità anonime e delle loro reti, contrarie alla struttura gerarchica della Chiesa: il Papa e i vescovi, non i comitati e le commissioni. Egli ha potuto misurare quanto queste autorità parallele resistano al riconoscimento del diritto di cittadinanza che egli aveva restituito alla Messa tradizionale. E questa Chiesa, questa Chiesa che si vuole intellettualmente ingovernabile, è immersa in un «mondo d’oggi» in cui le nazioni che furono cristiane rigettano Dio e la sua legge fuori dalla città politica, mentre le altre nazioni adorano un Dio che non è la Santa Trinità.

Tutto questo richiede, secondo Benedetto XVI, che sia rinnovato il vigore fisico e mentale, naturale e soprannaturale, del ministero petrino. In effetti!

Sullo stato della Chiesa e sullo stato del mondo, abbiamo dunque, prima dell’apertura del conclave, un mese di riflessione. E capita che essa possa essere alimentata da due opere appena pubblicate contemporaneamente, due opere molto diverse come soggetto e contenuto, e tuttavia molto convergenti. L’una, presentata dalle Editions Clovis, è composta da 670 pagine di una biografia dettagliata, quella del Padre Roger-Thomas Calmel (1914-1975), redatta dal Padre Jean-Dominique Fabre. L'altra, presentata dalle Editions de l’Homme Nouveau, si intitola “La rivoluzione cristiana”, e in essa il Padre Michel Viot, venuto «da Lutero a Benedetto XVI», risponde alle domande di don Guillaume de Tanoüarn. Ci occorrerà del tempo per consultarle.















Perchè il PAPA HA DATO le DIMISSIONI







di P. Giovanni Cavalcoli, OP (Ordine dei frati predicatori - Ordo fratrum praedicatorum)



Gli studiosi di storia della Chiesa hanno notato come dai tempi dell’immediato post-concilio, ossia del pontificato di Paolo VI, il papato abbia cominciato a indebolire la sua autorità nei confronti dell’episcopato e ciò con tutta probabilità a causa di alcuni difetti insiti nelle direttive pastorali del Concilio, concernenti il rapporto del Papa con in vescovi. Mi riferisco soprattutto alla figura di vescovo che emerge dai decreti conciliari sull’argomento, alla dottrina della collegialità episcopale e della Chiesa locale, dalla quale sono sorte poi le conferenze episcopali nazionali e l’istituto del sinodo mondiale dei vescovi.

Le direttive del Concilio in merito contengono certamente alcuni elementi validi, come per esempio la responsabilizzazione del vescovo e degli episcopati nazionali come deputati a una creatività pastorale che tenga conto delle situazioni concrete del loro gregge, senza quindi limitarsi ad essere dei semplici interpreti e trasmettitori delle direttive provenienti da Roma, e come dotati di una santa libertà e capacità di iniziativa nei confronti di Roma stessa nel suggerire proposte e addirittura modifiche nella condotta pastorale della Sede Apostolica, nonché nel correggere abusi ed errori per conto proprio senza aspettare l’imbeccata da Roma.

Senonchè però nei medesimi documenti sull’argomento viene delineato un modello di vescovo che, se da una parte brilla per la sua caritatevole vicinanza al gregge, misericordioso e comprensivo, aperto al dialogo con tutti, credenti e non credenti, dall’altra risulta deplorevolmente assente l’altro tradizionale ed essenziale aspetto del ministero episcopale di collaborazione con la Sede Romana nella vigilanza (episkopos = sorvegliante) nei confronti delle idee false che possono diffondersi nel popolo di Dio in materia di fede e di buoni costumi, e quindi riguardo la suo sacro dovere di correggere gli erranti sia in materia di fede che di morale.

In tal modo, a causa di questa mancata vigilanza o ingenuità o negligenza o eccessiva indulgenza che dir si voglia, come chiunque non schiavo di pregiudizi oggi può constatare, da cinquant’anni a questa parte ha cominciato a sorgere con uno spaventoso crescendo una crisi di fede o ribellione o disobbedienza a Roma nell’ambito della fede a tutti i livelli e in tutti gli ambienti della compagine ecclesiale: fedeli, sacerdoti, religiosi, teologi e moralisti, non esclusi membri dello stesso episcopato e del collegio cardinalizio, senza che Roma sia stata in grado di opporre una valida difesa e di correggere efficacemente i devianti, i quali viceversa, vedendo il successo ottenuto e l’assenza di ostacoli opposti dall’autorità, sono diventati sempre più arroganti e prepotenti, acquistandosi nella Chiesa con l’inganno, l’adulazione e l’astuzia, molti posti di potere, persino negli stessi ambienti romani, da dove adesso hanno la possibilità di contrastare maggiormente il Magistero del Papa e soffocare quelle poche voci rimaste fedeli al detto Magistero, sostenendo o tollerando invece eretici e ribelli sempre più spavaldi e sicuri di se stessi.

Mi riferisco soprattutto a quel nefasto neomodernismo, subito denunciato ma ahimè invano da spiriti acuti come il Maritain, il Siri, il Fabro, il Parente, il Piolanti, il von Hildebrand, il Perini, l’Ottaviani, il Lakebrink, i teologi domenicani Enrico Rossetti, Guido Casali, Alberto Galli, Tomas Tyn ed altri, neomodernismo che, latente nei lavori stessi del Concilio ma lì ovviamente represso, ha fatto capolino con temeraria audacia sin dall’immediato post-concilio ed approfittando appunto del mancato intervento dei vescovi, alcuni dei quali conniventi a tanto scempio, col pretesto ingannevole di realizzare quel Concilio che essi invece falsificavano, si è talmente rafforzato da metter oggi il Sommo Pontefice nelle tristissime e drammatiche condizioni, quasi inaudite, di non sentirsi più in grado di governare la Chiesa. Da qui le dimissioni.

Noi potremmo dire a tutta prima: debolezza personale? Che avrebbe fatto un Papa Wojtyla? E gli altri Papi come hanno fatto a resistere? Ma il fatto è che la situazione sta precipitando per eventi gravissimi ed inauditi accaduti proprio in questi ultimi anni e tempi recentissimi: basti pensare allo scandalo della pedofilia coperto da vescovi, alcuni dei quali addirittura implicati, l’inaudito e sacrilego tradimento perpetrato all’interno della stessa Segreteria di Stato dove i mandanti sono riusciti per ora a celarsi dietro il povero Paolo Gabriele, la resistenza episcopale scandalosa al decreto pontificio di liberalizzazione della Messa Tridentina, il recente colpevole silenzio in occasione della blasfemo spettacolo di Romeo Castellucci, senza contare il diffondersi impunito di atti sacrileghi e vilipendi contro la religione, la pure recente penosa controversia sui “castighi divini”, nella quale fu ingiustamente accusato l’illustre storico Roberto De Mattei, che non aveva fatto altro che ricordare la dottrina tradizionale della Chiesa, la generale disobbedienza episcopale che tollera dappertutto teologi, liturgisti ed insegnanti disobbedienti al Magistero della Chiesa in materia di fede e di morale, vescovi e cardinali favorevoli al pensiero ereticale di Karl Rahner, la lunga sconsiderata ed ingannevole attività ecumenica del card. Kasper, interventi recentissimi di Cardinali come Martini o Ravasi del tutto dissonanti non dico dalla linea della S.Sede, ma dalla stessa dottrina della fede, insieme con attacchi vergognosi contro degnissimi prelati come Mons. Crepaldi o Mons. Negri.

Il Santo Padre - si è detto - ha fatto un gesto di umiltà. È verissimo. Ha fatto anche un gesto di coraggio. È vero anche questo,nel senso che, compiendo questo gesto, certamente ha preveduto che sarebbe stato accusato di mancanza di coraggio e di “fuggire davanti ai lupi” , per ricordare una sua famosa frase, e ciononostante lo ha compiuto lo stesso. Altri hanno parlato di “libertà spirituale”.

È vero anche questo. Infatti il compiere ponderatamente e coscientemente un gesto di tale portata e così insolito, è certamente segno di uno spirito sanamente indipendente che si fa guidare solo da Dio. Ed è stato anche un distacco da se stessi per il bene della Chiesa. Ma secondo me tutti questi pareri non colgono il motivo di fondo che si può delineare in questi termini: una mossa strategica di prudentissima e coraggiosissima sapienza pastorale. In che senso? Col programma, - così io ritengo - una volta che Ratzinger avrà la possibilità di tornare a fare il semplice teologo, di mettere a frutto le sue straordinarie doti intellettuali, la sua lunga esperienza di pastore, la sua profonda conoscenza della situazione attuale e passata della Chiesa, con i suoi aspetti positivi, le sue speranze e i suoi mali morali e dottrinali, da correggere e da togliere.

Il gesto di Papa Ratzinger ci fa ulteriormente capire, se ancora ce ne fosse bisogno, il cambiamento che col Concilio Vaticano II si è verificato nella condotta del papato: se fino a Pio XII abbiamo avuto un papato potente ed impositivo, nella secolare tradizione che partita dal medioevo era stata confermata dalla riforma tridentina, col Vaticano II inizia, di fatto, non perché voluta dal Concilio, una nuova figura di Papa, che potremmo denominare “Papa crocifisso e abbandonato” , sull’esempio di Cristo in croce, per usare un’espressione indovinata dei Focolarini, che essi usano per la comune vita cristiana. Non esiste più l’esercito pontificio; ci sono solo le guardie svizzere. Ma che ci fa il Papa con esse?

D’altra parte, per il Papa, in linea di principio, è sufficiente imitare la testimonianza di Nostro Signore: che prenda un aspetto o ne prenda un altro, è cosa secondaria. Se fino a Pio XII abbiamo l’imitazione di Gesù che dà ordini, disciplina ed è obbedito, a iniziare da Paolo VI appare il Gesù in croce, inascoltato ed abbandonato da tutti, anche se con a fianco la Madonna e San Giovanni. Del resto, se ci facciamo caso, Gesù stesso nel corso della sua vita terrena, ha bensì insegnato, ma non ha mai avuto a disposizione, anzi li ha rifiutati, dei seguaci che potessero far rispettare se occorreva con la forza i suoi comandi e i suoi precetti. Non ha mai dimesso dalla sua carica qualche scriba o qualche dottore della legge.

Ciò vuol dire in linea di principio che il munus del Papa è duplice: l’insegnamento - munus dottrinale - e una forza a sua disposizione, - munus pastorale - che dovrebbero essere la Curia romana e l’episcopato, incaricati di farlo rispettare. Ora invece, a partire da Paolo VI con impressionante progresso sino ad oggi, questa forza è quasi del tutto venuta a mancare. Che cosa resta al Papa? La voce di Cristo, quasi vox clamantis in deserto, che può certo consigliare, esortare, scongiurare, ma può anche, come ha fatto Cristo, comandare e minacciare, s’intende sempre per il bene della Chiesa. Questo è quindi quel “bene della Chiesa” , al quale secondo me il Papa si riferisce nella sua dichiarazione di dimissioni.

La Chiesa si trova oggi in una situazione angosciosa che mai finora le era capitata. Essa, come già ebbe a dire Paolo VI , che parlò di un processo di “autodemolizione” , si sta distruggendo dall’interno. Tanti termini del linguaggio cattolico sono rimasti, ma con un significato anticattolico.

Lo stesso termine “cattolico” ; non si capisce più che cosa significhi. Ma i modernisti, che Chiesa vogliono?

È in fondo molto semplice: vogliono trasformare la Chiesa in un’associazione semplicemente umana sulla quale poter comandare secondo le loro idee modernistiche.

Il papato in questi cinquant’anni, si è indebolito non per viltà degli stessi pontefici, e neppure per motivi di immoralità, come successe al papato rinascimentale. Invece nel papato moderno abbiamo, come è ben noto, anche dei santi. Si è invece indebolito per causa di forza maggiore, per motivi oggettivi indipendenti dalle forze dei singoli Pontefici, a causa dell’isolamento nel quale sono stati messi da alcuni dei loro stessi collaboratori, finti amici ma in realtà nemici.

Pensiamo per esempio soltanto all’Ordine Domenicano e ai Gesuiti, istituiti per essere il braccio destro del Papa ed ora - cosa che non toglie assolutamente le loro preziose forze sane - ridotti a conservare in sé veleni di morte: i seguaci di Schillebeeckx tra i Domenicano e i rahneriani tra i Gesuiti.

Il modello del Papa di oggi sta diventano quello del profeta e del martire, simili ai Papi sotto l’Impero Romano, con la differenza che se a quei tempi il nemico era esterno, oggi purtroppo i nemici li abbiamo in casa. Quando lavoravo in Segreteria di Stato, negli anni ‘80, in ufficio sentii esprimere un orribile sospetto circa la morte improvvisa, inaspettata ed inspiegata di quel sant’uomo di Papa Luciani. E del resto il Beato Giovanni Paolo II non ha forse subìto un attentato alla sua vita? E non ci ricordiamo che ciò accadde già a Paolo VI?

Penso che il nuovo Papa sarà pieno di energia e al contempo pronto a soffrire e ad accettare di non essere obbedito, ma alzerà la voce con tono terribile, sull’esempio di Cristo che minaccia farisei e dottori della legge.

Occorre infatti, a mio avviso, che il papato riacquisti il suo prestigio e la sua autorevolezza dottrinale, anche se non dispone delle forze necessarie per far applicare gli insegnamenti dottrinali e morali.

Quanto a Ratzinger sono convinto che il suo gesto di abilissima “ritirata strategica” , gli consentirà di mettere a frutto le sue straordinarie doti di cultura e di saggezza per aiutare il nuovo Papa e la Chiesa a risorgere e a camminare sulle vie del Signore.

Ratzinger era sostanzialmente un intellettuale, come lo era Paolo VI. Ora difficilmente un intellettuale messo in funzioni di governo, possiede il polso necessario per fare stare al loro posto gli indisciplinati e correggere i disobbedienti. D’altra parte si può essere santi lo stesso, come lo dimostra il caso famoso di San Celestino V.

Possiamo invece pensare che Ratzinger condurrà una lotta efficace sul piano delle idee dove ha dimostrato una potenza straordinaria ed un intuito folgorante, come del resto è la qualità dei grande teologi tedeschi, i quali possono essere grandi nel male, ma quando sono fedeli a Pietro sono senza dubbio grandi nel bene. Sono certo che Joseph Ratzinger, che già da Papa ci ha dato ricchi insegnamenti, nel suo posto più modesto al servizio di Pietro, potrà continuare a darci un aiuto importantissimo sul cammino della vera fede e della pacificazione della Chiesa.

Si ringrazia,
Riscossa Cristiana















RETROSCENA INEDITI di quando BENEDETTO XVI DECISE di BATTEZZARMI in SAN PIETRO







Il suo segretario disse ''Abbiamo vinto!'': adesso vi rivelo chi, all'interno della Curia Vaticana, aveva perso... e che con il nuovo Papa potrebbe prendersi la rivincita



di Magdi Cristiano Allam



Ho mantenuto finora il riserbo sulla mia esperienza diretta con la realtà interna alla Chiesa, che mi ha fatto toccare con mano la gravità di un conflitto acceso tra il Papa e l'apparato che sovrintende alla gestione dello Stato del Vaticano, in considerazione della mia eterna gratitudine a Benedetto XVI per aver scelto di essere lui a darmi il battesimo, la cresima e l'eucaristia nella notte della Veglia Pasquale il 22 marzo 2008.

Ero ancora musulmano quando scaturì in me non solo una stima particolare ma un'attrazione irresistibile per il Papa quando, in occasione della Lectio Magistralis pronunciata nell'Università di Ratisbona il 12 settembre 2006, ebbe l'onestà intellettuale e il coraggio umano di dire la verità storica sull'espansionismo islamico compiutosi attraverso guerre, conversioni forzate e un fiume di sangue che sottomisero le sponde orientale e meridionale del Mediterraneo che erano al 95% cristiane. Non lo fece direttamente, ma citando l'imperatore bizantino Manuele II Paleologo.

Si tratta di una ovvietà storica attestata negli stessi libri di storia che si insegnano nelle scuole dei Paesi islamici. Eppure per averla detta il Papa, si ritrovò condannato, anche a morte, dai governi e dai terroristi islamici. Così come scoprì di avere contro l'insieme dell'Occidente sempre più scristianizzato e, soprattutto, dovette fronteggiare le critiche interne alla sua stessa Chiesa. Benedetto XVI fu di fatto costretto dai reggenti della diplomazia vaticana a giustificarsi per ben tre volte, ripetendo che non intendeva offendere i fedeli musulmani, rasentando, ma mai cedendo alla pressione di trasformare la giustificazione in una pubblica scusa.

Non bastò a placare né le ire degli islamici né la tendenza alla resa dei diplomatici vaticani. Fu così che il Papa fu costretto ad andare in Turchia e si ritrovò al fianco del Gran Mufti a pregare insieme rivolti alla Mecca nella Moschea Blu di Istanbul. Quella di fatto segnò un successo della diplomazia vaticana costringendo il Papa ad arrendersi a quella che lui stesso definisce la "dittatura del relativismo", considerata come il male profondo della nostra civiltà perché mettendo sullo stesso piano tutte le religioni e le culture, a prescindere dal loro contenuto, finisce per legittimare tutto e il contrario di tutto, il bene e il male, la verità e la menzogna, facendoci perdere la certezza della fede nel cristianesimo.

Mi ero immedesimato nel vissuto di Benedetto XVI e lo immaginai come un Papa isolato e assediato da un apparato clericale ostile all'interno del Vaticano. La sua straordinaria intelligenza, la sua immensa cultura e la sua ineguagliabile capacità di interpellare la nostra ragione e di accompagnarci per mano alla fede, dimostrandoci con umiltà come il cristianesimo sia la dimora naturale di fede e ragione, hanno per me rappresentato un faro che mi ha illuminato dentro fino a farmi scoprire il dono della fede in Cristo.

Fu così che quando grazie alla saggezza e alla fraterna disponibilità di monsignor Rino Fisichella, all'epoca Rettore dell'Università Lateranense, che mi accompagnò nel mio cammino spirituale per accedere ai sacramenti d'iniziazione alla fede cristiana, il Papa accettò di essere lui a darmi il battesimo, considerai che il Signore aveva scelto di unire la mia vita a quella del Santo Padre, indicandomelo come il più straordinario testimone di fede e ragione.

Ebbene quando alla fine della cerimonia religiosa nella sontuosità della Basilica di San Pietro, dopo tre infinite ore che ho percepito come il giorno più bello della mia vita, mi sono trovato al cospetto del Papa in compagnia del mio padrino Maurizio Lupi, lui si limitò ad un sorriso lieve ma di una serenità assoluta di chi è in pace con se stesso e con il Signore. Ma non appena ci spostammo sulla sinistra per salutare il suo assistente, monsignor Georg Gänswein, scoprimmo sulle sue labbra un sorriso intenso, due occhi radiosi e dalle sue labbra uscì un'esclamazione di giubilo: "Abbiamo vinto!".

Abbiamo vinto! Se c'è qualcuno che vince, significa che c'è qualcuno che ha perso. Chi aveva perso lo capii appena varcato la porta della Basilica per andare ad abbracciare monsignor Fisichella. Apparve il cardinale Giovanni Battista Re, all'epoca Prefetto della Congregazione per i Vescovi, che rivolgendosi ad alta voce e con un fare vagamente minatorio a monsignor Fisichella, gli disse: "Se Bin Laden dovesse farsi vivo, sapremmo a chi indirizzarlo!".

Successivamente da varie fonti ho avuto la certezza che fino all'ultimo istante l'apparato dello Stato del Vaticano esercitò forti pressioni su Benedetto XVI per dissuaderlo dall'essere lui a darmi il battesimo, per paura delle rappresaglie da parte degli estremisti e dei terroristi islamici, ma che il Papa non ebbe mai alcuna esitazione. È un fatto specifico e concreto che evidenzia come Benedetto XVI ha dovuto scontrarsi con poteri interni al Vaticano che, al fine di tutelarsi sul piano della sicurezza, sono arrivati a concepire che il Papa non dovesse adempiere a quella che è la sua missione, portare Cristo a chiunque liberamente lo scelga. Ed è un caso emblematico dello scontro tra la Chiesa universale che si sostanzia di spiritualità e un Vaticano terreno che si cala nella materialità al pari di qualsiasi altro Stato.

Questo è il nodo da sciogliere ed è la sfida che, con le sue dimissioni, Benedetto XVI ci lascia. La Chiesa è ad un bivio: restare ancorata alla sua missione spirituale incarnandosi nei dogmi della fede e nei valori non negoziabili oppure cedere alla ragion di Stato per auto-perpetuarsi costi quel che costi? È la pesante eredità che graverà sulle spalle del prossimo Papa. Argomento pubblicato su Blog CATTOLICI, il Raccoglitore Italiano di BLOG di Fedeli CATTOLICI...
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Fonte: Il Giornale, 12/02/2013
Pubblicato su BastaBugie n. 286






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Lo SPIRITO SANTO e il prossimo CONCLAVE



La Chiesa è di Cristo!



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"Non mi sono mai sentito solo"













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"[...] Non abbiate paura!
APRITE, anzi, SPALANCATE le PORTE A CRISTO!
Alla sua salvatrice potestà aprite i confini degli Stati, i sistemi economici come quelli politici, i vasti campi di cultura, di civiltà, di sviluppo.
Non abbiate paura!
Cristo sa "cosa è dentro l’uomo". Solo lui lo sa!
Oggi così spesso l’uomo non sa cosa si porta dentro,
nel profondo del suo animo, del suo cuore.
Così spesso è incerto del senso della sua vita su questa terra.
È invaso dal dubbio che si tramuta in disperazione.
Permettete, quindi – vi prego, vi imploro con umiltà e con fiducia – permettete a Cristo di parlare all’uomo.
Solo lui ha parole di vita, sì! di vita eterna. [...]"


Papa Giovanni Paolo II
(estratto dell'omelia pronunciata domenica 22 ottobre 1978)



 
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