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Peccato Veniale e Peccato Mortale






Ed ora dobbiamo trattare dei rapporti tra il peccato veniale e quello mortale, perché essi si distinguono per il reato (od obbligazione alla pena). Prima parleremo del peccato veniale in rapporto al mortale; e quindi del peccato veniale in se stesso.
Sul primo argomento si pongono sei quesiti: 1. Se il peccato veniale sia da contrapporsi al mortale; 2. Se essi differiscano nel genere; 3. Se il peccato veniale predisponga al mortale; 4. Se un peccato veniale possa diventare mortale; 5. Se una circostanza possa trasformare un peccato veniale in mortale; 6. Se un peccato mortale possa diventar veniale.







ARTICOLO 1




Se sia giusto distinguere i peccati contrapponendo il veniale al mortale


SEMBRA che non sia giusto distinguere i peccati contrapponendo il veniale al mortale. Infatti:
1. S. Agostino afferma: "Il peccato è una parola, un'azione, o un desiderio contro la legge eterna di Dio". Ma l'opposizione alla legge di Dio fa sì che il peccato sia mortale. Dunque ogni peccato è mortale. E quindi non è giusto distinguere il peccato veniale dal mortale.
2. L'Apostolo scrive: "Sia che mangiate, sia che beviate, sia che facciate qualsiasi altra cosa, fate tutto per la gloria di Dio". Ora, chi pecca agisce contro questo precetto: ché certo il peccato non si fa per la gloria di Dio. E poiché l'agire contro i precetti è peccato mortale; è chiaro che chiunque pecchi, pecca mortalmente.
3. Chi aderisce a una cosa vi aderisce, o per fruirne, o per usarne, come S. Agostino dimostra. Ma chi pecca non aderisce ai beni transitori per usarne: infatti non li indirizza al bene che ci rende beati. E in ciò consisterebbe l'uso, secondo S. Agostino stesso. Perciò chi pecca mira sempre a fruire dei beni transitori. Ma "fruire delle cose da usare costituisce la cattiveria umana", come dice lo stesso Autore. E siccome la cattiveria sta a indicare il peccato mortale, è chiaro che chi pecca pecca sempre mortalmente.
4. Chi si avvicina a uno dei termini, per ciò stesso si allontana dal suo contrario. Ora, chi pecca si avvicina al bene transitorio. Perciò non è giusto distinguere il peccato veniale in opposizione al mortale.

IN CONTRARIO: S. Agostino insegna che "è crimine quanto merita la dannazione, ed è veniale quanto non la merita". Ora, crimine sta per peccato mortale. Dunque è giusto distinguere il peccato veniale in opposizione al mortale.

RISPONDO: Certi termini presi in senso proprio non sembrano opposti, e invece lo sono, se presi in senso metaforico. Sorridere, p. es., non si contrappone a inaridire, se è preso in senso proprio; ma in quanto si dice metaforicamente del prato fiorito e verdeggiante rivela codesta opposizione. - Parimente, se si prende il termine mortale in senso proprio, esso non mostra nessuna opposizione a veniale (perdonabile), che non sembra appartenere neppure al medesimo genere. Ma se si prende mortale in senso metaforico, in quanto si dice dei peccati, allora si oppone a veniale.
Infatti, essendo il peccato, come abbiamo visto, un'infermità dell'anima, un peccato si dice mortale per analogia con le malattie, le quali si dicono mortali quando producono difetti irreparabili con la distruzione di un principio vitale, secondo le spiegazioni date in precedenza. Ora, il principio della vita spirituale, impostata sulla virtù, è l'ordine al fine ultimo. Ordine, questo, che una volta distrutto non può essere riparato da un principio intrinseco, ma solo dalla virtù divina, come abbiamo accennato sopra: poiché i disordini relativi ai mezzi si riparano col fine; come si ripara l'errore delle conclusioni mediante la verità dei primi principii. Perciò la mancanza dell'ordine al fine ultimo non è riparabile con un dato superiore; come non è riparabile l'errore relativo ai primi principii. Ecco perché codesti peccati si dicono mortali, ossia irreparabili. - Invece i peccati che implicano un disordine relativo ai mezzi, salvo l'ordine all'ultimo fine, sono riparabili. E si dicono veniali (o perdonabili): poiché un peccato ottiene venia, o perdono, quando si toglie l'obbligazione alla pena, che decade col cessare del peccato, come abbiamo visto. Perciò veniale e mortale si contrappongono come riparabile e irreparabile. Questo, però, sempre in rapporto ai principii intrinseci; non in rapporto alla virtù di Dio, la quale può sempre riparare qualsiasi malattia del corpo e dell'anima. Ed ecco perché il peccato veniale giustamente si distingue in contrapposizione al mortale.

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. La divisione del peccato in mortale e veniale non è divisione di un genere nelle sue specie, che ugualmente partecipano la natura del genere stesso; ma è la divisione di un termine analogico nei vari soggetti di cui si predica secondo una certa gradazione. Perciò la nozione perfetta di peccato, indicata da S. Agostino, si addice al peccato mortale. Invece il peccato veniale è peccato secondo una ragione imperfetta, e in ordine al peccato mortale: come l'accidente si dice ente in ordine alla sostanza, secondo un'imperfetta ragione di ente. Infatti esso non è contro la legge di Dio: poiché chi pecca venialmente non fa quello che la legge proibisce, e non tralascia quello che essa comanda; ma agisce al di fuori della legge, non osservando la misura esatta che la legge intende stabilire.
2. Quel precetto paolino è affermativo: perciò non obbliga tutti i momenti. E quindi chi non riferisce attualmente tutto ciò che fa alla gloria di Dio, non pecca. Ma basta che uno ordini abitualmente se stesso e tutte le sue cose a Dio, per non peccare mortalmente ogni qual volta non riferisce a Dio in modo attuale le proprie azioni. Ora, il peccato veniale non esclude il riferimento abituale degli atti umani alla gloria di Dio, ma solo quello attuale; poiché non toglie la carità, che ordina a Dio in modo abituale. Perciò non segue che pecchi mortalmente chi commette un peccato veniale.
3. Chi fa un peccato veniale non aderisce al bene transitorio per fruire di esso, poiché non mette in esso il proprio fine; ma per usarne, riferendolo a Dio in modo abituale, sebbene non attuale.
4. Il bene transitorio non si contrappone al bene indefettibile, se non quando si mette in quello il proprio fine. Infatti i mezzi ordinati al fine non hanno ragione di fine.







ARTICOLO 2




Se il peccato mortale e quello veniale differiscano nel genere


SEMBRA che il peccato veniale e quello mortale non differiscano nel genere, così da rendere certi peccati mortali nel loro genere e altri veniali. Infatti:
1. L'atto umano si dice buono o cattivo nel suo genere in base alla materia, ossia all'oggetto, come abbiamo detto in precedenza. Ora, in qualsiasi materia si può peccare sia mortalmente che venialmente: infatti un uomo può amare un bene transitorio, o al di sotto di Dio, e si ha il peccato veniale, o al di sopra di Dio, e si ha il peccato mortale. Perciò i peccati veniale e mortale non differiscono nel genere.
2. Abbiamo detto sopra che il peccato mortale è irreparabile, e quello veniale riparabile. Ora, l'irreparabilità è propria del peccato di malizia, che secondo alcuni è imperdonabile: invece è proprio del peccato di fragilità, o d'ignoranza essere riparabile, o perdonabile. Dunque il peccato mortale e quello veniale differiscono in base alla malizia e all'ignoranza, o alla fragilità. Ma in tal caso non differiscono nel genere, bensì nelle loro cause, come sopra abbiamo visto. Quindi i peccati veniale e mortale non differiscono nel genere.
3. Sopra abbiamo detto che i moti improvvisi, sia della sensualità che della ragione, sono peccati veniali. Ma codesti moti capitano a tutti nei peccati di tutti i generi. Dunque non esistono peccati veniali nel loro genere.

IN CONTRARIO: S. Agostino in un discorso enumera alcuni generi di peccati veniali, e altri generi di peccati mortali.

RISPONDO: Il peccato veniale deriva il suo nome da venia (o perdono). Perciò un peccato può dirsi veniale: primo, perché è stato perdonato; e in tal senso, come dice S. Ambrogio, "qualsiasi peccato col pentimento diventa veniale". E in questo caso è veniale di fatto. - Secondo, può essere veniale perché non ha in se stesso, in parte o in tutto, gli elementi che ne impediscono il perdono. In parte, se in se stesso contiene qualche cosa che ne diminuisce la colpa, come quando è compiuto per fragilità, o per ignoranza. E in questo caso è veniale nelle sue cause. - In tutto, quando non toglie l'ordine all'ultimo fine; così da non meritare una pena eterna, ma temporale. E di questo tipo di peccato veniale ora intendiamo parlare.
Infatti è chiaro che i primi due non hanno nessun genere determinato. Invece il peccato veniale del terzo tipo può avere un genere determinato; cosicché certi peccati si dicono nel loro genere veniali, e altri mortali, in quanto il genere o la specie dell'atto sono determinati dall'oggetto. Quando infatti la volontà si volge a qualche cosa che per se stessa si oppone alla carità, alla quale spetta ordinare l'uomo all'ultimo fine, il peccato per il suo oggetto è mortale. Perciò è mortale nel suo genere: sia esso contro l'amore di Dio, come la bestemmia e lo spergiuro; sia esso contro l'amore del prossimo, come l'omicidio, l'adulterio e simili. Quindi codesti peccati sono mortali nel loro genere. - Talora invece la volontà del peccatore si volge verso cose che contengono in se stesse un certo disordine, senza opporsi però all'amore di Dio e del prossimo: tali sono le parole oziose, le risate smodate, e altre cose del genere. E queste nel loro genere sono peccati veniali.
Però, siccome gli atti morali prendono l'aspetto di bene o di male non solo dall'oggetto, ma anche dalla disposizione dell'agente, secondo le spiegazioni date in precedenza, talora capita che quanto è peccato veniale nel suo genere a motivo dell'oggetto, diviene mortale per parte dell'agente: o perché questi costituisce in esso l'ultimo fine; o perché lo indirizza a qualche cosa che è peccato mortale, come chi si servisse di una parola oziosa per preparare un adulterio. Così può capitare, che quanto nel suo genere è peccato mortale, divenga invece veniale per parte dell'agente: per il fatto, cioè, che l'azione è imperfetta, ossia non deliberata dalla ragione, principio proprio dell'atto peccaminoso. A questo abbiamo già accennato sopra, parlando dei moti improvvisi contro la fede.

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Per il fatto che uno sceglie un oggetto che si oppone alla carità di Dio, mostra di preferirlo alla carità, e di amarlo più di Dio. Perciò certi peccati, che nel loro genere si oppongono alla carità, implicano l'amore di qualche cosa al di sopra di Dio. E quindi nel loro genere sono mortali.
2. L'argomento è valido per i peccati detti veniali dalle loro cause.
3. Il terzo argomento vale per i soli peccati che son veniali per l'imperfezione dell'atto.







ARTICOLO 3




Se il peccato veniale predisponga al mortale


SEMBRA che il peccato veniale non predisponga al mortale. Infatti:
1. Trattandosi di opposti, l'uno non predispone all'altro. Ora, peccato veniale e mortale si dividono per contrapposizione, come abbiamo detto sopra. Dunque il peccato veniale non predispone al mortale.
2. Un atto predispone a qualche cosa della sua medesima specie: infatti Aristotele insegna, che "da atti consimili son generati abiti e disposizioni somiglianti". Ma abbiamo dimostrato sopra che i peccati veniale e mortale differiscono nel genere, ovvero nella specie. Quindi il peccato veniale non predispone al mortale.
3. Se un peccato perché veniale disponesse al mortale, bisognerebbe che fosse peccato veniale tutto ciò che dispone al peccato mortale. Ora, tutte le opere buone predispongono al peccato mortale: poiché, come dice S. Agostino, "la superbia tende insidie alle opere buone, per rovinarle". Perciò anche le opere buone sarebbero peccati veniali: il che non è ammissibile.

IN CONTRARIO: Sta scritto: "Chi disprezzerà il poco, andrà un po' per volta in rovina". Ma chi pecca venialmente mostra di disprezzare il poco. Dunque si predispone un po' per volta ad andare totalmente in rovina, col peccato mortale.

RISPONDO: Ciò che predispone esercita una certa causalità. E in base al duplice esercizio della causalità, due sono i tipi di predisposizione. Infatti c'è una causa che influisce direttamente sull'effetto, come il fuoco che scalda. E c'è una causa che muove indirettamente, togliendo un ostacolo: cioè come chi spostando una colonna muove la pietra che essa sorregge. Perciò anche un atto peccaminoso può predisporre in due modi. Primo, direttamente: col predisporre a un atto specificamente simile. E in questa prima maniera un peccato che è veniale nel suo genere di suo non predispone a un peccato nel suo genere mortale: poiché sono atti specificamente diversi. Ma da questo lato un peccato veniale può predisporre a un peccato che è mortale per parte di chi lo compie, a modo di conseguenza. Infatti accrescendo la disposizione, o l'abito con gli atti del peccato veniale, l'attrattiva del peccato può aumentare al punto, in chi pecca, da mettere il proprio fine in un peccato veniale: poiché per chiunque abbia un abito, di suo è fine l'operare secondo codesto abito. Ecco perché spesso, col peccato veniale, uno si predispone al peccato mortale.
Secondo, un atto umano può predisporre togliendo gli ostacoli. E in questo senso un peccato che nel suo genere è veniale può predisporre a un peccato che nel suo genere è mortale. Infatti chi commette un peccato nel suo genere veniale trasgredisce un ordine: e per il fatto che la sua volontà si abitua a non sottostare all'ordine debito nelle piccole cose, si dispone a non sottostare all'ordine riguardante l'ultimo fine, eleggendo cose che nel loro genere sono peccato mortale.

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Abbiamo già detto che il peccato veniale non si distingue dal mortale per contrapposizione, come fossero due specie di un genere; ma come l'accidente si distingue dalla sostanza. Perciò, come un accidente può predisporre alla forma sostanziale; così il peccato veniale può predisporre al mortale.
2. Il peccato veniale non somiglia al mortale nella specie: tuttavia gli somiglia nel genere, poiché implicano entrambi una mancanza di ordine, sebbene in grado diverso, come abbiamo detto negli articoli precedenti.
3. Un'opera buona di suo non è una predisposizione al peccato mortale: ma solo per accidens può essere materia, ovvero occasione di esso. Invece il peccato veniale predispone per se stesso al mortale, secondo le spiegazioni date.







ARTICOLO 4




Se un peccato veniale possa divenire mortale


SEMBRA che un peccato veniale possa divenire mortale. Infatti:
1. S. Agostino, commentando quel passo di S. Giovanni, "Chi non crede nel Figliuolo non vedrà la vita", scrive: "I peccati più piccoli", cioè quelli veniali, "se si trascurano uccidono". Ma un peccato per il fatto che uccide spiritualmente l'anima è mortale. Dunque un peccato veniale può divenire mortale.
2. Abbiamo visto più sopra che un moto di sensualità prima del consenso della ragione è peccato veniale, mentre dopo codesto consenso è peccato mortale. Dunque un peccato veniale può diventare mortale.
3. Il peccato veniale e quello mortale differiscono, l'abbiamo notato nel primo articolo, come una malattia curabile da una incurabile. Ora, una malattia da curabile può divenire incurabile. Perciò un peccato veniale può trasformarsi in mortale.
4. Una disposizione può divenire abito. Ma un peccato veniale è disposizione al mortale, come abbiamo dimostrato. Quindi un peccato veniale può diventare mortale.

IN CONTRARIO: Cose che differiscono infinitamente tra loro non possono mutare l'una nell'altra. Ma il pecato mortale e quello veniale differiscono tra loro in questo modo, come sopra abbiamo dimostrato. Dunque un peccato veniale non può divenire mortale.

RISPONDO: In tre modi si può intendere il cambiamento di un peccato veniale in mortale. Primo, nel senso che un identico atto prima è peccato veniale e poi mortale. E questo è impossibile. Poiché il peccato, come ogni atto morale consiste principalmente nell'atto della volontà. Cosicché non si può parlare di un'unica azione morale, se la volontà cambia, anche se l'azione ha una continuità fisica. Se poi la volontà non cambia, è impossibile che un peccato veniale diventi mortale.
Secondo, si può intendere nel senso che quanto nel suo genere è veniale può diventare mortale. E questo è possibile, o perché si ripone in esso l'ultimo fine, o perché viene indirizzato a un peccato mortale, secondo le spiegazioni date.
Terzo, si può intendere nel senso che più peccati veniali possono costituire un peccato mortale. E questo, se s'intende nel senso che da molti peccati veniali messi insieme si forma un peccato mortale, è falso. Infatti tutti i peccati veniali del mondo non possono raggiungere il reato di un solo peccato mortale, il che è evidente per la durata della pena: il peccato mortale merita la pena eterna, mentre il peccato veniale, come abbiamo detto, merita una pena temporale. Ed è evidente anche per la pena del danno: poiché il peccato mortale merita la perdita della visione di Dio, alla quale nessuna pena è paragonabile, come dice il Crisostomo. È evidente infine per la pena del senso, rispetto al verme della coscienza: sebbene rispetto alla pena del fuoco le pene non siano del tutto incomparabili. - Se poi s'intende nel senso che molti peccati veniali producono una colpa mortale come disposizioni, allora può esser vero, come abbiamo visto sopra, in base alle due maniere con le quali un peccato veniale può disporre al mortale.

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. S. Agostino intende parlare nel senso che molti peccati veniali predispongono al mortale.
2. Quel moto di sensualità che ha preceduto il consenso della ragione non potrà mai diventare un peccato mortale: ma solo potrà diventarlo l'atto della ragione che vi consente.
3. Una malattia corporale non è un atto, ma una disposizione continuata; perciò, pur restando la stessa, può mutare. Invece un peccato veniale è un atto transitorio, che non si può ripetere. E da questo lato non c'è somiglianza.
4. La disposizione che diviene abito è come un'entità imperfetta della medesima specie: così diviene abito la scienza imperfetta che si perfeziona. Invece il peccato veniale è disposizione di un genere diverso, cioè come l'accidente rispetto alla forma sostanziale in cui non potrà mai trasformarsi.







ARTICOLO 5




Se una circostanza possa cambiare un peccato da veniale a mortale


SEMBRA che una circostanza possa cambiare un peccato da veniale a mortale. Infatti:
1. S. Agostino insegna, che "se l'ira ha lunga durata, e se l'ubriachezza è frequente, passano nel numero dei peccati mortali". Ora, l'ira e l'ubriachezza nel loro genere non sono peccati mortali, ma veniali: altrimenti sarebbero sempre mortali. Dunque una circostanza rende mortale un peccato veniale.
2. Il Maestro delle Sentenze afferma, che la dilettazione, se è morosa, è peccato mortale; se invece non è morosa, è peccato veniale. Ma la morosità è una circostanza. Quindi una circostanza può cambiare in mortale un peccato veniale.
3. C'è più distanza tra il bene e il male, che tra un peccato veniale e uno mortale, che sono mali entrambi. Ora, una circostanza può rendere cattivo un atto buono: il che è evidente quando uno fa l'elemosina per vanagloria. Perciò è assai più facile per essa cambiare un peccato da veniale a mortale.

IN CONTRARIO: Essendo la circostanza un accidente, la sua grandezza non può sorpassare la grandezza specifica dell'atto cui appartiene: infatti il subietto è sempre superiore al proprio accidente. Perciò, se l'atto nel suo genere è peccato veniale, non potrà diventare mortale per le circostanze: poiché un peccato mortale, come abbiamo detto, sorpassa infinitamente, in un certo senso, la grandezza del peccato veniale.

RISPONDO: Sopra, trattando delle circostanze, abbiamo detto che esse, in quanto tali, sono accidenti dell'atto morale: tuttavia può capitare che una circostanza sia considerata come differenza specifica dell'atto morale, e allora perde il carattere di circostanza, e costituisce la specie morale dell'atto. Questo avviene quando una circostanza aggiunge al peccato una deformità di altro genere. Quando uno, p. es., si unisce a una donna che non è la propria moglie, si ha nell'atto la sola deformità contraria alla castità; ma se si unisce alla moglie di un altro, allora si aggiunge la deformità contraria alla giustizia, che proibisce di usurpare il bene altrui. E in questo caso la circostanza costituisce una nuova specie di peccato, cioè l'adulterio.
Perciò è impossibile che una circostanza renda mortale un peccato veniale, se non implica una deformità di altro genere. Infatti la deformità del peccato veniale consiste in un disordine relativo ai mezzi: mentre la deformità del peccato mortale implica un disordine rispetto all'ultimo fine. Perciò è evidente che una circostanza non può cambiare un peccato da veniale a mortale, rimanendo circostanza: ma solo quando fa passare l'atto a una nuova specie, e diviene in qualche modo la differenza specifica di esso.

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. La durata non è una circostanza che fa passare l'atto a un'altra specie; lo stesso si dica della ripetizione e della frequenza, se non intervengono altri elementi. Infatti un'azione non acquista una nuova specie per il fatto che si ripete o si prolunga, a meno che nell'atto così ripetuto, o prolungato non intervenga qualche cosa che ne muti la specie, come la disobbedienza, il disprezzo, o altre cose del genere.
Perciò si deve rispondere che, essendo l'ira un moto dell'animo tendente a nuocere al prossimo, se il nocumento a cui tende è, nel suo genere, peccato mortale, come l'omicidio o il furto, l'ira nel suo genere è peccato mortale. Solo l'imperfezione dell'atto ne fa un peccato veniale, quando è un moto improvviso della sensualità. Ma se è prolungata, ritorna alla natura del suo genere, per il consenso della ragione. - Se invece il nocumento a cui tende fosse nel suo genere veniale, come quando uno si adira con un altro col proposito di contristarlo con una parola leggermente offensiva, o giocosa; allora non si ha un peccato mortale, per quanto possa essere prolungata codesta ira. Tutt'al più può esserlo per accidens, cioè per lo scandalo grave che ne deriva, o per altri motivi del genere.
A proposito dell'ubriachezza si deve rispondere che per sua natura è peccato mortale: infatti è espressamente contrario alla virtù, che un uomo, senza una necessità e per il solo piacere del vino, si renda incapace di usare la ragione, con la quale deve ordinare se stesso a Dio ed evitare eventuali peccati. Se talora è peccato veniale si deve solo all'ignoranza o alla fragilità, cioè al fatto che uno ignora la gradazione del vino, o la propria debolezza, e quindi non pensa di ubriacarsi: infatti allora non gli viene imputata come peccato l'ubriachezza, ma il solo eccesso nel bere. Quando però uno si ubriaca spesso, non si può più scusare con questa ignoranza; ché la sua volontà mostra di preferire l'ubriachezza alla moderazione nell'uso del vino. Perciò il peccato torna alla propria natura.
2. La dilettazione morosa è peccato mortale solo in quella materia che nel suo genere è peccato mortale; e che, se è veniale, si deve solo all'imperfezione dell'atto, come abbiamo detto a proposito dell'ira. Infatti si dice che l'ira è prolungata, e che la dilettazione è morosa, per il consenso deliberato della ragione.
3. Come abbiamo spiegato in precedenza, le circostanze non rendono cattivo un atto buono, se non costituiscono direttamente la specie del peccato.







ARTICOLO 6




Se un peccato mortale possa diventare veniale


SEMBRA che un peccato mortale possa diventar veniale. Infatti:
1. Dal peccato mortale al veniale c'è la stessa distanza che si trova dal veniale al mortale. Ma un peccato veniale, come abbiamo detto, può diventare mortale. Dunque può capitare anche il rovescio.
2. La differenza che si riscontra tra il peccato veniale e il mortale sta in questo, che chi pecca mortalmente ama la creatura più di Dio, mentre chi pecca venialmente l'ama al di sotto di Dio. Ora, può capitare che qualcuno, nel commettere azioni, che nel loro genere sono peccati mortali, ami la creatura al di sotto di Dio: prendiamo uno, p. es., il quale fornicasse ignorando che la semplice fornicazione è peccato mortale e contraria alla carità di Dio, pur essendo pronto per amor di Dio ad astenersi da essa, se conoscesse di agire con la fornicazione contro la carità di Dio. Quindi peccherebbe venialmente. Perciò un peccato mortale può diventar veniale.
3. Il bene è più distante dal male, l'abbiamo già notato sopra, che il peccato veniale dal mortale. Eppure un atto che in se stesso è cattivo può diventar buono: l'omicidio, p. es., può diventare un atto di giustizia, com'è evidente nel caso del giudice che uccide il brigante. A maggior ragione, quindi, un peccato mortale può cambiarsi in veniale.

IN CONTRARIO: Ciò che è eterno non potrà mai divenire temporaneo. Ma il peccato mortale merita una pena eterna, mentre quello veniale ne merita una temporanea. Dunque un peccato mortale non può mai trasformarsi in veniale.

RISPONDO: Come abbiamo già accennato, veniale e mortale differiscono come imperfetto e perfetto in materia di peccato. Ora, ciò che è imperfetto può raggiungere la perfezione mediante nuovi elementi. E quindi un peccato veniale, col sopravvenire di una deformità propria dei peccati mortali, diviene mortale: come quando uno dice delle parole oziose per commettere una fornicazione. Invece ciò che è perfetto non può diventare imperfetto con l'aggiunta di altri elementi. Perciò un peccato mortale non diventa veniale con l'aggiunta di qualche deformità propria dei peccati veniali: infatti il peccato di chi compie una fornicazione, per dire una parola oziosa, non viene per questo diminuito; anzi si aggrava per codesta nuova deformità.
Tuttavia ciò che nel suo genere è peccato mortale può essere invece veniale per l'imperfezione dell'atto, come sopra abbiamo notato, in quanto che non raggiunge perfettamente la natura di atto morale, non essendo deliberato, ma improvviso. E questo avviene mediante una certa inavvertenza, cioè per la mancata deliberazione della ragione. E poiché da codesta deliberazione l'atto riceve la sua specie morale, la sottrazione di essa distrugge la specie dell'atto.

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ:
1. Il peccato veniale differisce dal mortale come ciò che è imperfetto dalla sua perfezione, cioè come il bambino dall'uomo adulto. Ora, il bambino può divenire un uomo adulto, ma non viceversa. Perciò l'argomento non regge.
2. Se l'ignoranza è tale da scusare totalmente il peccato, come nel caso di un pazzo furioso, o demente, allora chi commette la fornicazione suddetta per ignoranza non fa peccato, né mortale, né veniale. Ma se l'ignoranza non è invincibile, allora essa stessa è peccato, e implica una mancanza di amore verso Dio, in quanto uno ha trascurato d'imparare le cose atte a conservarlo nell'amicizia di Dio.
3. Come insegna S. Agostino, "le cose che sono cattive in se stesse nessun fine può renderle buone". Ora, l'omicidio è l'uccisione di un innocente: e quindi in nessun modo può mutarsi in un bene. Ecco perché, a dire di S. Agostino, il giudice che uccide il brigante, o il soldato che uccide il nemico non può chiamarsi omicida.

Argomento pubblicato su Blog CATTOLICI, il Raccoglitore Italiano di BLOG di Fedeli CATTOLICI...
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fonte:
Summa Theologiae (Somma Teologica), I-II, q. 88 - San Tommaso d'Aquino














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"[...] Non abbiate paura!
APRITE, anzi, SPALANCATE le PORTE A CRISTO!
Alla sua salvatrice potestà aprite i confini degli Stati, i sistemi economici come quelli politici, i vasti campi di cultura, di civiltà, di sviluppo.
Non abbiate paura!
Cristo sa "cosa è dentro l’uomo". Solo lui lo sa!
Oggi così spesso l’uomo non sa cosa si porta dentro,
nel profondo del suo animo, del suo cuore.
Così spesso è incerto del senso della sua vita su questa terra.
È invaso dal dubbio che si tramuta in disperazione.
Permettete, quindi – vi prego, vi imploro con umiltà e con fiducia – permettete a Cristo di parlare all’uomo.
Solo lui ha parole di vita, sì! di vita eterna. [...]"


Papa Giovanni Paolo II
(estratto dell'omelia pronunciata domenica 22 ottobre 1978)



 
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