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La vita straordinaria del cardinal Van Thuân







Tra i tanti martiri del secolo appena passato non vi sono soltanto quelli morti in circostanze drammatiche, in odio alla fede, ma anche quelli che – pur continuando a vivere fino alla vecchiaia – hanno comunque condotto una vita oggettivamente all’insegna del martirio.
Tra questi un posto di rilievo spetta al cardinale vietnamita François Xavier Nguyen Van Thuân, ricordato in modo speciale da Benedetto XVI nell’enciclica Spe Salvi.






Van Thuân nasce il 17 aprile 1928 nella cittadina di Hue da una famiglia di ‘mandarini’, ovvero alti dignitari dell’impero vietnamita, di salde radici cattoliche e patriottiche, con una folta schiera di martiri e confessori della fede alle spalle.
Si pensi solo che nel 1885 tutti gli abitanti del villaggio di sua madre erano stati bruciati vivi all’interno della chiesa parrocchiale in quanto seguaci di Cristo, eccetto suo nonno che a quel tempo studiava in Malesia.
Ma, anche prima, la storia di famiglia registra diversi atti di persecuzione.
Il suo bisnonno, in particolare, era stato forzatamente assegnato a una famiglia non cristiana di proposito, in modo che perdesse la fede. Egli stesso era solito raccontare questa vicenda al giovane François Xavier quando questi era piccolo.






La figura fondamentale per la sua prima educazione cristiana è però la madre Hiep.
Ogni sera prima di andare a letto gli insegna le storie della Bibbia e si sofferma sulle testimonianze dei martiri, specialmente dei suoi antenati.
Il piccolo François familiarizza così subito con il martirio: ai suoi occhi gli appare non come un fatto leggendario, ma qualcosa di profondamente reale.
La madre, soprattutto, gli insegna a pregare.
Nell’agosto 1941, all’età di 13 anni, interiormente già certo di una vocazione precocissima, entra nel seminario minore di An Ninh.
I suoi insegnanti sono missionari francesi e sacerdoti vietnamiti, luminosi esempi di bontà, di pietà e di santità.
Lui risponde con entusiasmo e arriva in breve tempo ad essere uno studente modello in grado di parlare fluidamente sei lingue: cinese, inglese, latino, francese, italiano e spagnolo.













L’11 giugno 1953, a 25 anni, viene ordinato sacerdote in una parrocchia però, gli viene diagnosticata una tubercolosi in stadio avanzato, che rende necessaria l’asportazione di gran parte del polmone destro.
La diagnosi è grave e l’intervento si preannuncia delicato.
Poco prima dell’intervento i chirurghi dell’ospedale militare francese di Saigon, dove viene ricoverato, fanno effettuare un’ultima radiografia del suo torace.
Con grande sorpresa constatano tuttavia che il polmone destro è improvvisamente e completamente guarito, senza recare alcuna traccia di malattia, in modo inspiegabile per la scienza.
Per il giovane sacerdote è veramente un miracolo e una prima testimonianza della sollecitudine del Signore per la sua vocazione.
Viene quindi inviato a Roma dove consegue il dottorato in diritto canonico alla Pontificia Università Urbaniana.






Al termine degli studi rientra in patria e inizia a lavorare come docente presso il seminario minore a Hue, di cui nel 1960 viene eletto Rettore.
Il 1 novembre 1963 il Vietnam del Sud è vittima di un colpo di Stato. Il presidente Diem (zio di Van Thuân e da questi molto stimato come uomo di profonda saggezza e notevole cultura) viene rovesciato dai suoi stessi generali.
Diem e altri due zii di Van Thuân che si erano spesi a lungo per il bene del Paese e la libertà del Vietnam vengono assassinati con un colpo di pistola alla nuca.
Il cuore del giovane sacerdote non può trattenere il risentimento per quelle morti ingiuste.
Comprende allora di essere appena all’inizio del cammino spirituale: occorrerà ancora molto tempo perché riesca a perdonare completamente gli assassini dei suoi cari.
Nel giugno 1967, a sorpresa, viene nominato vescovo di Nha Trang.






Il suo impegno qui è molto intenso: consapevole della minaccia comunista che si profila all’orizzonte prepara un grande numero di giovani al sacerdozio ma si dedica anche alla formazione dei laici, alla pastorale giovanile, a rafforzare i Consigli parrocchiali presenti nella Diocesi.
Nel 1971 è scelto come Consultore di quello che nel 1976 diventa il Pontificio Consiglio per i laici.
In tale funzione si reca più volte a Roma, dove conosce un altro componente di quell’organismo, l’arcivescovo-metropolita di Cracovia, Karol Wojtyla, che in futuro avrà un ruolo importante nella sua vita (da Papa lo chiamerà tra l’altro alla Presidenza di un Pontificio Consiglio, gli affiderà la predicazione quaresimale degli Esercizi spirituali della Curia, lo nominerà infine Cardinale).
Il 30 aprile 1975, però, come egli stesso temeva da tempo, le truppe comuniste del Nord (i cosiddetti ‘Vietcong’) conquistano la capitale Saigon, che diventerà da ora in poi Ho-Chi- Minh: per Van Thuân è l’inizio del periodo più drammatico della sua vita.






E’ stato da poco nominato arcivescovo di Vadesi e coadiutore di Saigon da Paolo VI quando il 15 agosto viene convocato nel palazzo presidenziale e subito arrestato con l’accusa di essere un infiltrato di un governo straniero e nemico della rivoluzione comunista (“agente in un complotto tra il Vaticano e gli imperialisti” [gli Stati Uniti]), in realtà perché nipote dell’ex presidente del Vietnam del Sud Ngo Dinh Diem e figura ecclesiastica di crescente influsso sociale.
Resterà in carcere per 13 anni (fino al 1988), di cui nove in completo isolamento, senza mai essere processato.
Costretto agli arresti domiciliari nella casa parrocchiale di Cay Vong, all’interno della sua vecchia diocesi di Nha-Trang, nel mese di ottobre dello stesso anno inizia a scrivere una serie di messaggi alla comunità cristiana di cui continua a sentirsi pastore e guida, sperando in cuor suo che possano giungere a destinazione.
Grazie a Quang, un bambino di 7 anni, che gli procura di nascosto dei fogli di carta sui cui scrivere i suoi pensieri, il progetto potrà realizzarsi.
Lo stesso bambino, di nascosto delle autorità, s’incarica infatti di portare i messaggi a casa in modo che i suoi fratelli possano ricopiare quei testi e diffonderli a loro volta.
Da qui nasce il suo primo libro intitolato: Il cammino della speranza.
Ma lo stesso accadrà più tardi, nel 1980, quando nella residenza obbligatoria di Giangxà, situata nel Vietnam del Nord, scriverà, sempre di notte e in segreto, il suo secondo libro: Il cammino della speranza alla luce della Parola di Dio e del Concilio Vaticano II e quindi il terzo: I pellegrini del cammino della speranza.






Il 19 marzo 1976 viene trasferito al campo di prigionia di Phu Khanh e rinchiuso in una cella angusta senza finestre. Inizia l’incubo peggiore: nessuno può avvicinarsi a lui e nessuno può parlare con lui, neanche le guardie.
Viene poi trasferito in catene a Nha Trang, quindi al campo di rieducazione di Vinh-Quang, sulle montagne. Passa momenti durissimi.
Per tutti questi lunghi anni l’unico suo sostentamento è la Santa Messa: la celebrerà ogni giorno servendosi del palmo della mano a far da calice, con tre gocce di vino e una goccia d’acqua.
Il vino riesce ad averlo in modo ‘provvidenziale’: appena arrestato, gli avevano permesso infatti di scrivere una lettera per chiedere ai suoi parenti le cose necessarie.
Domanda allora un po’ di medicina per digerire.
I famigliari comprendono il significato vero della richiesta e gli inviano una bottiglietta con il vino e l’etichetta: “medicina contro il mal di stomaco”.
Le briciole di pane consacrato le conserverà invece in pacchetti di sigarette... .
Durante l’isolamento celebra la Messa intorno alle 3 del pomeriggio, l’ora di Gesù sulla croce. Tutto da solo, prega e canta in latino, francese e in vietnamita.
Le guardie che lo ascoltano, esterrefatte, ne restano affascinate.
La sua bontà instancabile, il suo amore anche e soprattutto per i nemici, colpiscono tutti ovunque si trova.






Sulle montagne di Vinh Phù, nella prigione di Vinh Quang, una volta chiede a una guardia il permesso di tagliare un pezzetto di legno a forma di croce.
La guardia lo accontenta. In un’altra prigione chiede un pezzo di filo elettrico per fare una catenella per la sua croce.
Dopo tre giorni la guardia ricompare con un paio di pinze e insieme la compongono.
Da quella croce e da quella catena Van Thuân non si separa più.






Le porta sempre al collo, anche dopo la sua liberazione, che avviene il 21 novembre 1998.
Espulso dal suo Paese è costretto all’esilio forzato a Roma.
Qui si trasferisce dal 1991 mentre la sua nomina a cardinale avviene nel Concistoro del 2001 (il 21 febbraio).
Dal 24 giugno 1998 è Presidente del Pontificio Consiglio Giustizia e Pace (di cui era vicepresidente fin dall’aprile 1994).
Nel marzo del 2000, anno del Grande Giubileo, viene chiamato da Giovanni Paolo II a predicare gli Esercizi spirituali di Quaresima al Papa e alla Curia romana:
è il primo vescovo asiatico a ricevere questo onore nella storia della Chiesa.






Muore a Roma il 16 settembre del 2002 al termine di una lunga e dolorosa malattia in cui ha dovuto affrontare anche una rara forma di cancro: ha 74 anni.
A cinque anni dalla morte, il 17 settembre 2007 presso la Congregazione per le cause dei Santi è iniziata la causa di beatificazione.









Si ringrazia:
Omar Ebrahime


Fonte:
Le Serate di San Pietroburgo, rubrica di cultura e politica tradizionale (pubblicata su "Il Corriere del sud") a cura di Giuseppe Brienza e Omar Ebrahime


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"[...] Non abbiate paura!
APRITE, anzi, SPALANCATE le PORTE A CRISTO!
Alla sua salvatrice potestà aprite i confini degli Stati, i sistemi economici come quelli politici, i vasti campi di cultura, di civiltà, di sviluppo.
Non abbiate paura!
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Oggi così spesso l’uomo non sa cosa si porta dentro,
nel profondo del suo animo, del suo cuore.
Così spesso è incerto del senso della sua vita su questa terra.
È invaso dal dubbio che si tramuta in disperazione.
Permettete, quindi – vi prego, vi imploro con umiltà e con fiducia – permettete a Cristo di parlare all’uomo.
Solo lui ha parole di vita, sì! di vita eterna. [...]"


Papa Giovanni Paolo II
(estratto dell'omelia pronunciata domenica 22 ottobre 1978)



 
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