"[...] Non abbiate paura!
APRITE, anzi, SPALANCATE le PORTE A CRISTO!
Alla sua salvatrice potestà aprite i confini degli Stati, i sistemi economici come quelli politici, i vasti campi di cultura, di civiltà, di sviluppo.
Non abbiate paura!
Cristo sa "cosa è dentro l’uomo". Solo lui lo sa!
Oggi così spesso l’uomo non sa cosa si porta dentro,
nel profondo del suo animo, del suo cuore.
Così spesso è incerto del senso della sua vita su questa terra.
È invaso dal dubbio che si tramuta in disperazione.
Permettete, quindi – vi prego, vi imploro con umiltà e con fiducia – permettete a Cristo di parlare all’uomo.
Solo lui ha parole di vita, sì! di vita eterna. [...]"


Papa Giovanni Paolo II
(estratto dell'omelia pronunciata domenica 22 ottobre 1978)



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Il peccato Veniale









Ed eccoci finalmente a considerare il peccato veniale in se stesso.
Sull'argomento tratteremo sei problemi: 1. Se il peccato veniale produca una macchia nell'anima; 2. La distinzione dei peccati veniali indicata da S. Paolo con i termini legna, fieno e paglia; 3. Se l'uomo nello stato d'innocenza potesse peccare venialmente; 4. Se possa peccare venialmente un angelo, buono o cattivo. 5. Se i moti primi degli infedeli siano peccati veniali; 6. Se il peccato veniale possa trovarsi in qualcuno col solo peccato originale.







ARTICOLO 1




Se il peccato veniale possa causare una macchia nell'anima


SEMBRA che il peccato veniale produca una macchia nell'anima. Infatti:
1. S. Agostino afferma, che se i peccati veniali si moltiplicano, distruggono totalmente la nostra bellezza, da separarci dall'abbraccio dello sposo celeste. Ora, la macchia altro non è che una perdita di bellezza. Dunque i peccati veniali producono una macchia nell'anima.
2. Il peccato mortale produce una macchia nell'anima mediante un disordine degli atti, o degli affetti nel peccatore. Ma anche nel peccato veniale si ha un disordine negli atti e negli affetti. Quindi il peccato veniale produce una macchia nell'anima.
3. La macchia dell'anima è causata, come abbiamo visto sopra, da un contatto di amore con le cose temporali. Ora, nel peccato veniale l'anima tocca con un amore disordinato le cose temporali. Perciò il peccato veniale produce una macchia nell'anima.

IN CONTRARIO: S. Paolo afferma (che Cristo diede se stesso) "per far comparire davanti a sé gloriosa la Chiesa senza macchia"; e la Glossa spiega: "cioè senza un peccato criminale". Dunque produrre la macchia nell'anima è proprietà esclusiva del peccato mortale.

RISPONDO: Come sopra abbiamo spiegato, la macchia implica una mancanza di lucentezza, o leggiadria dovuta a qualche contatto, com'è evidente nelle cose corporee, dalle quali per analogia il termine macchia è passato a indicare le cose dell'anima. Ora, come nei corpi ci sono due tipi di leggiadria, l'una dovuta all'intrinseca disposizione delle membra e dei colori, l'altra dovuta al sopravvenire della luce dall'esterno; così anche nell'anima ci sono due tipi di bellezza: l'una abituale, e quasi intrinseca, l'altra attuale, come un fulgore estrinseco. Ebbene, il peccato veniale impedisce questa bellezza attuale, ma non quella abituale: poiché non esclude e non diminuisce l'abito della carità e delle altre virtù, come vedremo in seguito, ma solo ne impedisce gli atti. Ora, la macchia implica qualche cosa di permanente nel soggetto macchiato: perciò è da riferirsi alla mancanza di bellezza abituale più che a quella della bellezza attuale. Dunque, propriamente parlando, il peccato veniale non produce una macchia nell'anima. E se talora si dice che la produce, l'affermazione va intesa in senso improprio, cioè nel senso che il peccato veniale impedisce la bellezza propria degli atti virtuosi.

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. S. Agostino in questo caso parla della molteplicità dei peccati veniali, che predispongono al mortale. Altrimenti essi non potrebbero separare dall'abbraccio con lo sposo eterno.
2. Il disordine che produce nell'atto il peccato mortale distrugge l'abito della virtù: ma questo nel peccato veniale non avviene.
3. Nel peccato mortale l'anima ha un contatto affettivo con le cose temporali, amandole come altrettanti fini: e per questo viene totalmente offuscato lo splendore della grazia, che investe quelli che con la carità aderiscono a Dio come a loro ultimo fine. Invece col peccato veniale l'uomo non aderisce alle creature come al suo ultimo fine. Perciò il paragone non regge.







ARTICOLO 2




Se i peccati veniali siano ben indicati nei termini legna, fieno e paglia


SEMBRA che i peccati veniali non siano ben indicati coi termini legna, fieno e paglia. Infatti:
1. S. Paolo afferma che legna, fieno e paglia sono sopraedificati su di un fondamento spirituale. Ora, i peccati veniali sono estranei all'edificio spirituale; come sono estranee alla scienza le false opinioni. Dunque non è giusto indicare i peccati veniali coi termini legna, fieno e paglia.
2. Chi fabbrica con legna, fieno e paglia "sarà salvo come attraverso il fuoco". Invece talora chi commette peccati veniali non sarà salvo affatto: si pensi, p. es., ai peccati veniali di chi muore in peccato mortale. Dunque non è esatto riferire ai peccati veniali i termini legna, fieno e paglia.
3. Secondo l'Apostolo alcuni fabbricano "in oro, argento e pietre preziose", cioè attuano l'amore di Dio e del prossimo, con le opere buone; altri invece fabbricano "con legna, fieno e paglia". Ma i peccati veniali li commettono anche quelli che amano Dio e il prossimo, e fanno opere buone: poiché sta scritto: "Se diremo di essere senza peccato, inganniamo noi stessi". Dunque non è giusto indicare i peccati veniali coi tre termini suddetti.
4. Le differenze e i gradi del peccato veniale sono molto più di tre. Perciò non è giusto restringerli ai tre termini indicati.

IN CONTRARIO: L'Apostolo afferma che chi fabbrica con legna, fieno e paglia "sarà salvo attraverso il fuoco": e quindi soffrirà una pena, ma non eterna. Ora, abbiamo visto sopra che il reato, o l'obbligazione alla pena temporale è proprio dei peccati veniali. Dunque i tre termini indicati stanno a designare i peccati veniali.

RISPONDO: Qualche autore per il fondamento (di cui parla S. Paolo) intese la fede informe, sulla quale certuni edificano le opere buone, indicate coi termini oro, argento e pietre preziose; e certi altri edificano i peccati anche mortali, indicati nei termini legna, fieno e paglia. - Ma S. Agostino condanna questa interpretazione; poiché altrove l'Apostolo insegna che chi compie le opere della carne "non avrà in eredità il regno di Dio", cioè non si salverà; mentre qui egli afferma che "sarà salvo come attraverso il fuoco" chi fabbrica con legna, fieno e paglia. Perciò è impossibile che legna, fieno e paglia stiano a indicare dei peccati mortali.
Altri invece ritengono che queste tre cose indichino le opere buone, costruite sopra l'edificio spirituale, ma frammiste a dei peccati veniali: è il caso, p. es., di chi nella cura della famiglia, che è un bene, si lascia prendere da un amore eccessivo per la moglie, per i figli, o per i suoi beni, sempre però al di sotto di Dio, così da non essere disposto per queste creature ad agire contro di lui. - Ma anche questa spiegazione non è esatta. Infatti è evidente che tutte le opere buone si riducono alla carità verso Dio e verso il prossimo: e quindi sono da riscontrare nell'oro, nell'argento e nelle pietre preziose. Non già nella legna, nel fieno e nella paglia.
Perciò si deve concludere che nei termini suddetti sono indicati direttamente i peccati veniali, che si mescolano alle opere di chi attende alle cose terrene. Infatti come la legna, il fieno e la paglia sono raccolte nella casa, senza appartenere al corpo dell'edificio, e possono bruciare, pur restando l'edificio; così possono moltiplicarsi nell'uomo i peccati veniali, restando in piedi l'edificio spirituale; ma per essi egli soffre il fuoco temporaneo della tribolazione, o in questa vita, o nel purgatorio dopo la vita presente; e tuttavia potrà conseguire la salvezza eterna.

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Si usa dire che i peccati veniali vengano fabbricati sopra un fondamento spirituale, non perché sono posti direttamente su di esso, ma perché fabbricati accanto ad esso; cioè nel senso dell'espressione biblica: "Sopra i fiumi di Babilonia". Poiché i peccati veniali, come abbiamo visto, non distruggono l'edificio spirituale.
2. Non si dice che sarà salvo come attraverso il fuoco chiunque edifica con legna, fieno e paglia; ma solo chi "costruisce sopra un fondamento". Fondamento che non è la fede informe, come pensano alcuni; ma la fede informata dalla carità, secondo l'espressione paolina, "radicati e fondati nella carità". Perciò chi, dopo aver fatto peccati veniali, muore in peccato mortale, ha la legna, il fieno e la paglia, ma non li ha sopraedificati su un fondamento spirituale. E quindi non potrà salvarsi attraverso il fuoco.
3. Coloro che si sono liberati dalla preoccupazione delle cose temporali, anche se talora peccano venialmente, tuttavia commettono peccati veniali assai leggeri, e spessissimo ne sono purificati dal fervore della loro carità. Essi perciò non fabbricano peccati veniali: ché in essi durano ben poco. Invece i peccati veniali di coloro che attendono alle cose del mondo durano più a lungo: poiché costoro non possono ricorrere così spesso al fervore della carità per distruggerli.
4. Come insegna il Filosofo, "tutte le cose si possono includere in tre suddivisioni", e cioè "principio, mezzo, e fine". E in base a questo tutti i gradi dei peccati veniali si riducono a queste tre cose: alla legna, se durano più a lungo nel fuoco; alla paglia, se uno ne viene subito liberato; al fieno, se hanno un comportamento intermedio. Infatti i peccati veniali sono purgati più o meno rapidamente dal fuoco a seconda della maggiore o minore gravità.







ARTICOLO 3




Se nello stato d'innocenza l'uomo potesse peccare venialmente


SEMBRA che nello stato d'innocenza l'uomo potesse peccare venialmente. Infatti:
1. Spiegando l'espressione paolina, "Adamo non fu sedotto", la Glossa commenta: "Inesperto della severità di Dio, potè ingannarsi al punto di credere di aver commesso un peccato veniale". Ma non avrebbe potuto creder questo, se non avesse potuto peccare venialmente. Quindi poteva peccare venialmente, senza peccare mortalmente.
2. S. Agostino scrive: "Non si deve pensare che il tentatore avrebbe abbattuto l'uomo, se nell'anima di questo non si fosse già prodotta un'alterigia che doveva essere repressa". Ma l'alterigia, che precede la caduta del peccato mortale, non può essere che un peccato veniale. Inoltre S. Agostino aggiunge, che "a sollecitare l'uomo intervenne una certa smania di provare, vedendo che la donna non era morta dopo aver mangiato del frutto". E anche in Eva sembra che ci sia stato qualche moto d'incredulità, dubitando delle parole del Signore, come si riscontra nella sua espressione: "...che non ci capiti di morire". Ora, tutte queste colpe sono peccati veniali. Quindi l'uomo prima di commettere un peccato mortale poteva peccare venialmente.
3. È più contrario all'integrità dello stato primitivo il peccato mortale che il peccato veniale. Ma l'uomo poteva peccare mortalmente, nonostante l'integrità di tale stato. Dunque poteva peccare anche venialmente.

IN CONTRARIO: A ogni colpa corrisponde una pena. Ora, come insegna S. Agostino, nello stato d'innocenza non poteva esserci penalità alcuna. Quindi l'uomo non poteva commettere un peccato, insufficiente a toglierlo da quello stato d'integrità. Ma il peccato veniale non può mutare lo stato dell'uomo. Dunque costui non poteva peccare venialmente.

RISPONDO: È sentenza comune che l'uomo nello stato d'innocenza non poteva peccare venialmente. Questo però non va inteso nel senso che quanto è veniale per noi, sarebbe stato mortale per Adamo qualora l'avesse commesso, data la nobiltà del suo stato. Infatti la dignità della persona è una circostanza aggravante del peccato, ma non ne altera la specie, a meno che non intervenga la deformità della disobbedienza, del voto, o di altre cose del genere; ma che nel caso nostro non è ammissibile. Perciò quanto è materia di peccato veniale non può mutarsi in mortale per la nobiltà dello stato primitivo. Si deve quindi intendere nel senso che l'uomo non poteva peccare venialmente; perché non gli poteva capitare di commettere una colpa per se stessa veniale, prima di aver perduto col peccato mortale l'integrità dello stato primitivo.
E la ragione di ciò sta nel fatto che il peccato veniale si produce in noi, o per l'imperfezione dell'atto, come i moti improvvisi nel genere dei peccati mortali; oppure per un disordine relativo ai mezzi, salvando l'ordine debito rispetto al fine. Ebbene, sia l'una che l'altra cosa avviene per una mancanza di ordine, dovuta all'insubordinazione degli elementi inferiori a quelli superiori. Infatti l'insorgere improvviso dei moti di sensualità avviene in noi dal fatto che la sensualità non è del tutto subordinata alla ragione. Così l'insorgere dei moti improvvisi nella ragione stessa deriva in noi dal fatto che l'esercizio dell'attività razionale non sottostà alla deliberazone derivante da un bene più alto, come sopra abbiamo spiegato. Il disordine poi dell'animo umano rispetto ai soli mezzi, salvo il debito ordine al fine, è dovuto al fatto che i mezzi non sono subordinati infallibilmente al fine supremo, che tra gli oggetti appetibili ha funzione di principio, secondo le spiegazioni già date. Invece nello stato d'innocenza, come abbiamo spiegato nella Prima Parte, esisteva un ordine fisso e infallibile, cosicché l'inferiore era sempre subordinato all'elemento superiore, finché le facoltà superiori dell'uomo, come spiega S. Agostino stesso, erano subordinate a Dio. Perciò era impossibile che si producesse un disordine nell'uomo, senza cominciare dall'insubordinazione a Dio delle sue facoltà supreme; il che avviene col peccato mortale. E ciò dimostra che l'uomo nello stato d'innocenza non poteva peccare venialmente, prima di aver commesso un peccato mortale.

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. In quel testo veniale non è preso nel senso secondo il quale ora parliamo: nel caso veniale sta per remissibile.
2. L'orgoglio, o alterigia, che per primo si produsse nell'animo umano, fu il primo peccato mortale dell'uomo: e si dice che precedette la caduta in rapporto all'atto esterno del peccato. A codesto orgoglio seguì nell'uomo la smania di provare, e nella donna il dubbio. Quest'ultima, poi, aveva manifestato già la sua alterigia, prestando orecchio al serpente che metteva in discussione il comando, rifiutando così, di esserne vincolata.
3. Il peccato mortale è così incompatibile con lo stato primitivo, da distruggerlo: cosa che il peccato veniale non può compiere. E poiché l'integrità dello stato primitivo esclude un disordine qualsiasi, ne viene che il primo uomo non poteva peccare venialmente, prima del peccato mortale.







ARTICOLO 4




Se un angelo, buono o cattivo, possa peccare venialmente


SEMBRA che un angelo, buono o cattivo, possa peccare venialmente. Infatti:
1. L'uomo nella parte superiore dell'anima, cioè per la sua mente, è alla pari con gli angeli, secondo l'espressione di S. Gregorio: "L'uomo intende con gli angeli". Ora, l'uomo con la parte superiore dell'anima può peccare venialmente. Dunque anche gli angeli.
2. Chi è capace del più è capace anche del meno. Ma l'angelo ha potuto amare il bene creato più di Dio, commettendo un peccato mortale. Dunque poteva anche amare disordinatamente un bene creato al di sotto di Dio, peccando venialmente.
3. Gli angeli cattivi fanno delle cose che nel loro genere sono peccati veniali, provocando gli uomini al riso e ad altre leggerezze del genere. Ora, una circostanza di persona non può cambiare un peccato, come abbiamo detto, da veniale a mortale, se non interviene una speciale proibizione, che nel caso non esiste. Quindi un angelo può peccare venialmente.

IN CONTRARIO: La perfezione di un angelo è superiore a quella dell'uomo nello stato primitivo. Ma l'uomo nello stato primitivo non poteva peccare venialmente. Perciò molto meno l'angelo.

RISPONDO: Come abbiamo spiegato nella Prima Parte, l'intelletto dell'angelo non è discorsivo, così da passare dai principi alle conclusioni conoscendo separatamente prima gli uni e poi le altre, come avviene in noi. Perciò quando l'angelo considera le conclusioni, le scorge nei principii. Ora, più volte abbiamo detto che in campo pratico il fine ha funzione di principio; e i mezzi stanno al posto delle conclusioni. Perciò la mente angelica non mira mai ai mezzi, se non in quanto sono subordinati al fine. Quindi negli angeli, in forza della loro natura, non ci può essere un disordine relativo ai mezzi, senza che ci sia un disordine relativo al fine medesimo, mediante un peccato mortale. Ora, gli angeli buoni non usano mai dei mezzi, se non in ordine al debito fine, che è Dio. Ecco perché tutti i loro atti sono atti di carità. E quindi in essi non può esserci un peccato veniale. Gli angeli cattivi, invece, mettono in tutto il fine del loro peccato di superbia. Perciò in tutti i loro atti peccano mortalmente, quando agiscono per volontà propria. - Altra cosa è dell'appetito naturale del bene che in essi rimane, come abbiamo visto nella Prima Parte.

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. L'uomo ha in comune con gli angeli la mente, o intelletto; ma differisce da essi nel modo d'intendere, come abbiamo notato.
2. Un angelo non poteva amare una creatura meno di Dio, senza riferirla come ad ultimo fine, o a Dio medesimo, o ad un fine disordinato, secondo le spiegazioni date.
3. Il demonio fomenta tutte quelle cose che sembrano veniali, per attrarre gli uomini alla sua familiarità, e indurli così al peccato mortale. Perciò i demoni peccano mortalmente in esse, per il fine cui tendono.







ARTICOLO 5




Se negli infedeli i moti primi della sensualità siano peccati mortali


SEMBRA che negli infedeli i moti primi primi della sensualità siano peccati mortali. Infatti:
1. L'Apostolo scrive ai Romani: "Nessuna condanna vi è per quelli che sono in Cristo Gesù, i quali non camminano secondo la carne"; e che parli della concupiscenza, propria dell'appetito sensitivo, è chiaro dal contesto. Perciò la causa che esclude dalla dannazione chi non cammina secondo la carne, col non consentire alla concupiscenza, è il suo essere in Cristo Gesù. Quindi negli infedeli (la concupiscenza) è condannabile. Dunque i moti primi primi degli infedeli sono peccati mortali.
2. S. Anselmo insegna: "Quelli che non sono in Cristo, nel sentire la carne, seguono il cammino della dannazione, anche se non camminano secondo la carne". Ora, la dannazione è dovuta solo al peccato mortale. Quindi, dal momento che l'uomo sente la carne per i moti primi primi della concupiscenza, è chiaro che codesti moti nei non battezzati sono peccati mortali.
3. Inoltre, a dire di S. Anselmo, "l'uomo fu creato in modo, da non dover sentire la concupiscenza". Ora, questo dovere decade in forza della grazia battesimale, che gli infedeli non hanno. Perciò quando l'infedele sente la concupiscenza, anche se non consente, pecca mortalmente, perché agisce contro un dovere.

IN CONTRARIO: Sta scritto: "Dio non fa distinzione di persone". Perciò quello che non riprova in uno, non lo riprova neppure in un altro. Ora, i moti primi primi dei fedeli non sono oggetto di (eterna) riprovazione. Dunque neppure quelli degli infedeli.

RISPONDO: Non è ragionevole affermare che i moti primi primi degli infedeli, privi del consenso, sono peccati mortali. E ciò si dimostra con due argomenti. Primo, perché la sensualità in se stessa non può esser sede di un peccato mortale, come abbiamo visto in precedenza. Ora, la natura di questa facoltà è identica nei fedeli e negli infedeli. Perciò è impossibile che i soli moti della sensualità siano peccati mortali nei non battezzati.
Secondo, dalla condizione personale del peccatore. Infatti la superiorità della persona che pecca mai può attenuare la colpa, ma piuttosto aggravarla, com'è evidente da quanto spiegammo in precedenza. Perciò un peccato in un credente non è più leggero, ma anzi assai più grave che in un infedele. Infatti i peccati degli infedeli meritano maggiore indulgenza, a motivo dell'ignoranza, secondo l'espressione di S. Paolo: "Ottenni misericordia, perché agii per ignoranza nella mia incredulità". Inoltre i peccati dei fedeli sono più gravi per la grazia dei sacramenti, secondo le parole dell'Apostolo: "Di quanto più severo castigo pensate sarà per essere giudicato degno, chi avrà profanato il sangue del patto nel quale fu santificato?".

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. L'Apostolo parla della dannazione dovuta al peccato originale, che viene tolta dalla grazia di Gesù Cristo, sebbene rimanga il fomite della concupiscenza. Perciò i moti di concupiscenza nei fedeli non stanno più a indicare, come negli infedeli, la dannazione del peccato originale.
2. In questo senso vanno intese anche le parole di S. Anselmo. Ecco quindi risolta la seconda difficoltà.
3. Il dovere di non sentire la concupiscenza riguardava la giustizia originale. Perciò il suo contrario non rientra nei peccati attuali, ma nel peccato originale.







ARTICOLO 6




Se il peccato veniale possa trovarsi in qualcuno col solo peccato originale


SEMBRA che il peccato veniale possa trovarsi in qualcuno col solo peccato originale. Infatti:
1. La disposizione è anteriore all'abito. Ora, il peccato veniale è disposizione al mortale, come sopra abbiamo visto. Dunque in un infedele, cui non è stato rimesso il peccato originale, il veniale precede il mortale. Quindi gli infedeli per un certo tempo hanno soltanto dei peccati veniali, oltre quello originale.
2. È meno stretta la connessione di un peccato veniale con i peccati mortali, che quella dei mortali tra loro. Ma l'infedele che ha il peccato originale può commettere un peccato mortale, senza commetterne un secondo. Quindi può anche commettere un peccato veniale, senza alcun peccato mortale.
3. È possibile determinare l'età in cui il bambino può cominciare a commettere il peccato attuale. E quando egli arriva a codesta età, può rimanere almeno un po' di tempo, senza peccare mortalmente: questo infatti capita anche ai più scellerati. Ma in codesto tempo, breve quanto si voglia, uno può peccare venialmente. Dunque il peccato veniale può trovarsi in qualcuno col solo peccato originale, senza peccati mortali.

IN CONTRARIO: Per il peccato originale gli uomini sono puniti nel limbo dei bambini, nel quale, come vedremo, non c'è la pena del senso. Invece sono chiusi nell'inferno solo per il peccato mortale. Quindi non esiste un luogo di pena per uno che, col peccato originale, avesse il solo peccato veniale.

RISPONDO: È impossibile che il peccato veniale si trovi in un uomo con quello originale, senza un peccato mortale. E la ragione si è che prima degli anni della discrezione, l'età che impedisce l'uso della ragione scusa l'uomo dal peccato mortale: e quindi a maggior ragione lo scusa dal peccato veniale, qualora commettesse delle colpe veniali nel loro genere. Quando poi l'uomo comincia ad avere l'uso di ragione non viene scusato né dalle colpe veniali, né dal peccato mortale. Ma la prima cosa che allora è tenuto a pensare, è deliberare di se stesso. E se uno ordina se stesso al debito fine, con la grazia riceve la remissione del peccato originale. Se invece non ordina se stesso al debito fine, secondo la discrezione di cui è capace a codesta età, pecca mortalmente, perché non fa ciò che è in suo potere. E da allora non potrà esserci in lui il solo peccato veniale, senza il mortale, se non dopo aver conseguito la remissione di tutti i peccati mediante la grazia.

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ:
1. Il peccato veniale non è una disposizione che precede il mortale in modo necessario, ma solo in modo contingente, come il lavoro può predisporre alla febbre: non già come il calore predispone alla forma del fuoco.
2. Il peccato veniale è incompatibile col solo peccato originale, non per la distanza o per l'opposizione, ma per mancanza dell'uso di ragione, come abbiamo spiegato.
3. Il bambino che comincia ad avere l'uso di ragione può evitare per un certo tempo gli altri peccati mortali: ma non può esimersi dal suddetto peccato di omissione, se quanto prima non si volge a Dio. Infatti il primo oggetto che si presenta a chi raggiunge la discrezione è di provvedere a se stesso, ordinando se medesimo e le altre cose all'ultimo fine: poiché il fine è la prima cosa in ordine d'intenzione. Perciò questo è il momento in cui uno è obbligato da quel precetto divino affermativo: "Volgetevi a me, e io mi volgerò a voi".

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fonte:
Summa Theologiae (Somma Teologica), I-II, q. 89 - San Tommaso d'Aquino




























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