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Epifania







Epifania del Signore


I Magi, simbolo di coloro che camminano nella fede e desiderano la visione




Sant'Agostino
(Discorsi - Sermo 199, 1.1-2)




Non molto tempo fa abbiamo celebrato il giorno in cui il Signore è nato dai Giudei; oggi celebriamo il giorno in cui è stato adorato dai pagani.
Poiché la salvezza viene dai Giudei (Gv 4, 22); ma questa salvezza (sarà portata) fino agli estremi confini del mondo (Is 49, 6). In quel giorno lo adorarono i pastori, oggi i magi; a quelli lo annunciarono gli angeli, a questi una stella. Tutti e due l’appresero per intervento celeste, quando videro in terra il re del cielo, perché ci fosse gloria a Dio nell’alto dei cieli e pace in terra agli uomini di buona volontà (Lc 2, 14).
Egli infatti è la nostra pace, colui che ha unito i due in un popolo solo (Ef 2, 14).
Già, fin da quando il bambino è nato e annunziato, si presenta come pietra angolare (Cf. Mt 21, 42), tale si manifesta già nello stesso momento della nascita. Già cominciò a congiungere in sé le due pareti poste in diverse direzioni, chiamando i pastori dalla Giudea, i magi dall’Oriente: Per creare in se stesso dei due un solo uomo nuovo e ristabilire la pace; pace tanto a quelli che erano lontani tanto a quelli che erano vicini (Ef 2, 15.17). I pastori accorrendo da vicino lo stesso giorno della nascita, i magi arrivando oggi da lontano hanno consegnato ai posteri due giorni diversi da celebrare, pur avendo ambedue contemplato la medesima luce del mondo.

Oggi bisogna parlare dei magi che la fede ha condotto a Cristo da terre lontane. Vennero e lo cercarono dicendo: Dov’è il Re dei Giudei che è nato? Abbiamo visto la sua stella in Oriente e siamo venuti ad adorarlo (Mt 2, 2).
Annunziano e chiedono, credono e cercano, come per simboleggiare coloro che camminano nella fede e desiderano la visione (Cf. 2 Cor 5, 7).
Non erano già nati tante volte in Giudea altri re dei Giudei? Come mai questo viene conosciuto da stranieri attraverso segni celesti e viene cercato in terra, risplende nell’alto del cielo e si nasconde umilmente? I magi vedono la stella in Oriente e capiscono che in Giudea è nato un re. Chi è questo re tanto piccolo e tanto grande, che in terra non parla ancora e in cielo già dà ordini? Proprio per noi - perché volle farsi conoscere da noi tramite le sue sante Scritture - volle che anche i magi credessero in lui attraverso i suoi profeti, pur avendo dato ad essi un segno così chiaro in cielo e pur avendo rivelato ai loro cuori di essere nato in Giudea.
Nel cercare la città nella quale era nato colui che desideravano vedere e adorare, fu per essi necessario informarsi presso i capi dei Giudei. E questi, attingendo dalla sacra Scrittura che avevano sulle labbra ma non nel cuore, presentarono, da infedeli a persone divenute credenti, la grazia della fede, menzogneri nel loro cuore, veritieri a loro proprio danno.
Quanto sarebbe stato meglio infatti se si fossero uniti a quelli che cercavano il Cristo, dopo aver sentito dire da essi che, veduta la sua stella, erano venuti desiderosi di adorarlo? se li avessero accompagnati essi stessi a Betlemme di Giuda, la città che avevano ad essi indicato seguendo le indicazioni dei Libri divini? se insieme ad essi avessero veduto, avessero compreso, avessero adorato?
Invece, mentre hanno indicato ad altri la fonte della vita, essi ora sono morti di sete.

















LUNEDÌ


Non ricalchiamo le orme del nostro anteriore modo di vivere nel peccato




Sant'Agostino
(Discorsi - Sermo 202, 3.4)




Noi dunque, carissimi, di cui quei magi costituivano le primizie; noi, eredità di Cristo sparsa fino agli estremi confini della terra; noi, per i quali è avvenuta l’ostinazione di una parte di Israele perché l’insieme dei pagani potesse entrare (Cf. Rom 11, 25): ora che abbiamo conosciuto il Signore e Salvatore nostro Gesù Cristo, il quale per incoraggiarci quando nacque trovò rifugio in un angusto tugurio e ora per esaltarci siede nei cieli; ora lo dobbiamo testimoniare qui in terra, in questa dimora del nostro corpo, in modo da non ripassare per la via per la quale siamo venuti e da non ricalcare le orme del nostro anteriore modo di vivere.
Questo significa il fatto che i magi non ritornarono indietro per la stessa strada che avevano percorso nel venire (Cf. Mt 2, 12). Cambiando la via è cambiata anche la vita. Anche per noi i cieli hanno annunziato la gloria di Dio (Cf. Sal 18, 2); anche noi siamo stati condotti ad adorare Cristo dalla verità che risplende nel Vangelo, come da stella nel cielo; anche noi abbiamo ascoltato fedelmente la profezia che è risuonata di tra mezzo al popolo giudaico - come testimonianza contro gli stessi Giudei che non sono venuti con noi -; anche noi, riconoscendo e lodando Cristo nostro re e sacerdote, morto per noi, lo abbiamo onorato come se avessimo offerto oro e incenso e mirra; ci manca soltanto di testimoniarlo prendendo una nuova via, ritornano da una via diversa da quella per la quale siamo venuti.








MARTEDÌ


Il dono della vita divina




Sant'Agostino
(Discorsi - Sermo 375/B, 5)




Così dunque ci parla in un certo qual modo il Signore Dio nostro, il nostro Salvatore: "O uomini, io ho creato l’uomo retto, ed egli si rese perverso. Vi siete allontanati da me e da soli siete periti.
Ma io sono venuto a cercare ciò che era perito. Vi siete allontanati da me - dice - e avete perso la vita. E la vita era la luce degli uomini (Gv 1, 4).
Ecco che cosa avete perso quando in Adamo siete tutti periti: la vita che era la luce degli uomini. Quale vita? In principio era il Verbo e il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio (Gv 1, 1). Questa era la Vita: voi giacevate nella vostra morte. Io, Verbo, non avevo di che morire. Tu, uomo, non avevi dove attingere la vita". Ebbene, poiché il Signore Cristo si è abbassato fino a noi, io assumo le sue parole. Se egli infatti assunse le mie, io avrò il coraggio di assumere le sue. Così, nel silenzio, parlando il linguaggio dei fatti, il Signore nostro Gesù Cristo in un certo qual modo dice: "Io non avevo di che morire.
Tu, uomo, non avevi onde attingere la vita. Io ho preso qualcosa da te per poter morire per te. Tu prendi da me onde poter vivere insieme con me.
Facciamo uno scambio: io dò a te, tu dai a me. Io prendo da te la morte, tu prendi da me la vita. Svégliati: osserva che cosa io ti dò, che cosa prendo.
Io, supremamente alto in cielo, ho preso da te sulla terra la bassezza terrestre. Io, tuo Signore, ho preso da te la forma di servo.
Io, tua salute, ho preso da te le ferite.
Io, tua vita, ho preso da te la morte. Verbo, mi feci carne, per poter morire.
Non avevo carne presso il Padre. Dalla tua discendenza l’ho presa, per fartene dono. (La Vergine Maria era della nostra discendenza; Cristo assunse la carne da noi, cioè dal genere umano attraverso lei). Ho preso da te la carne onde morire per te.
Tu prendi da me lo Spirito vivificante, onde tu possa vivere con me.
Infine io sono morto in quella parte che avevo preso da te.
E tu vivi di ciò che hai preso da me".








MERCOLEDÌ


Cristo è nato: nessuno tema di non poter rinascere




Sant'Agostino
(Discorsi - Sermo 189, 2-3)




La verità è sorta dalla terra e la giustizia si è affacciata dal cielo (Sal 84, 12). I Giudei, come afferma l’Apostolo, non volendo riconoscere la giustizia di Dio e cercando di stabilire la propria, non si sono sottomessi alla giustizia di Dio (Rom 10, 3).
Donde l’uomo può diventare giusto? Da se stesso? Ma quale povero può sfamarsi da se stesso? Quale nudo può coprirsi se non gli viene data una veste da un altro?
Non avevamo la giustizia, avevamo soltanto i peccati qui in terra. Donde viene la giustizia?
Quale giustizia può esservi senza la fede?
Il giusto infatti vive per la fede (Rom 1, 17).
Chi senza avere la fede si dice giusto mente.
Come può non esservi la menzogna dove non c’è la fede? Chi vuol dire il vero si converta alla verità. Ma questa era lontana. La verità è sorta dalla terra.
Tu dormivi, essa venne a te; tu eri in coma, essa ti ha svegliato; ti ha fatto strada con la sua persona per non perderti. Concludendo: La verità è sorta dalla terra, cioè il Signore nostro Gesù Cristo è nato da una vergine; la giustizia si è affacciata dal cielo affinché gli uomini diventassero giusti non di una giustizia propria, ma di quella di Dio.

Quanta benevolenza! Ma quanta era precedentemente la sua ira!
Quale ira?
Eravamo soggetti alla morte, oppressi dai peccati, carichi delle nostre pene.
Ogni uomo fin dalla nascita comincia ad essere infelice. Non hai bisogno di interpellare un profeta per questo; osserva uno che sta nascendo: lo vedi piangere. Questa situazione terrena era il risultato della grande ira divina; ad un certo momento però quale benevolenza ci è stata usata? La verità è sorta dalla terra.
Creò tutte le cose, è stato creato come tutte le altre cose. Fece il giorno e venne nel giorno; era anteriore ai tempi e contrassegnò i tempi. Cristo Signore è presso il Padre da sempre, senza inizio; e tuttavia oggi ti domandi che giorno è. é il Natale. Di chi? Del Signore. Ha anche lui un giorno natalizio?
Sì, ce l’ha anche lui. Il Verbo che era in principio, Dio presso Dio, ha un giorno natalizio? Sì, ce l’ha anche lui. Se lui non avesse la nascita umana, noi non potremmo arrivare alla rinascita divina: è nato infatti perché noi potessimo rinascere. Cristo è nato: nessuno tema di non poter rinascere.
E’ stato generato, ma non ha bisogno di essere rigenerato.
La rinascita era necessaria solo per coloro la cui nascita è avvenuta nella condanna. La sua misericordia scenda dunque nei nostri cuori. Sua madre portò Gesù nel grembo: noi portiamolo nel cuore.
La Vergine è rimasta incinta con l’incarnazione di Cristo; i nostri cuori siano ricolmi della fede di Cristo.
La Vergine partorì il Salvatore; noi partoriamo la lode di Dio.
Non rimaniamo sterili: le nostre anime siano feconde di Dio.








GIOVEDÌ


Per vedere Dio bisogna amare il prossimo




Sant'Agostino
(Commento al Vangelo di Giovanni - In Io. Ev. tr. 17, 8)




Ricordiamo insieme, o fratelli, quali sono questi due precetti.
Essi infatti debbono essere ben presenti in voi: non dovete richiamarli alla mente solo quando ve li ricordiamo; anzi, mai devono cancellarsi dai vostri cuori.
Sempre, in ogni istante, dovete ricordarvi che si deve amare Dio e il prossimo: Dio con tutto il cuore, con tutta l'anima, con tutta la mente, e il prossimo come noi stessi (Lc 10, 27).
Questo è ciò che dovete pensare sempre, meditare sempre, ricordare sempre, praticare sempre, compiere sempre alla perfezione. L’amore di Dio è il primo che viene comandato, l’amore del prossimo è il primo che si deve praticare.
Enunciando i due precetti dell’amore, il Signore non ti raccomanda prima l’amore del prossimo e poi l’amore di Dio, ma mette prima Dio e poi il prossimo.
Ma siccome Dio ancora non lo vedi, meriterai di vederlo amando il prossimo. Amando il prossimo rendi puro il tuo occhio per poter vedere Dio come chiaramente dice Giovanni: Se non ami il fratello che vedi, come potrai amare Dio che non vedi? (1 Gv 4, 20). Ti vien detto: Ama Dio.
Se tu mi dici: Mostrami colui che devo amare, ti risponderò con Giovanni: Nessuno ha mai veduto Dio (Gv 1, 18). Con ciò non devi assolutamente considerarti escluso dalla visione di Dio, perché l’evangelista afferma: Dio è carità, e chi rimane nella carità rimane in Dio (1 Gv 4, 16).
Ama dunque il prossimo e mira dentro di te la fonte da cui scaturisce l’amore del prossimo: ci vedrai, in quanto ti è possibile, Dio.
Comincia dunque con l’amare il prossimo. Spezza il tuo pane con chi ha fame, e porta in casa tua chi è senza tetto; se vedi un ignudo, vestilo, e non disprezzare chi è della tua carne. Facendo così, che cosa succederà? Allora sì che quale aurora eromperà la tua luce (Is 58, 7-8).
La tua luce è il tuo Dio. Egli è per te luce mattutina, perché viene a te dopo la notte di questo mondo. Egli non sorge né tramonta, risplende sempre.
Sarà luce mattutina per te che ritorni, lui che per te era tramontato quando t’eri perduto.








VENERDÌ


L’amore con cui Dio ama rende l’uomo superiore agli angeli




Sant'Agostino
(Commento al Vangelo di Giovanni - In Io. Ev. tr. 110, 5-7)




L’amore con cui Dio ama è incomprensibile e non va soggetto a mutamento.
Egli non ha cominciato ad amarci solo quando siamo stati riconciliati a lui per mezzo del sangue di suo Figlio; ma ci ha amati prima della fondazione del mondo, chiamando anche noi ad essere suoi figli insieme all’Unigenito, quando ancora non eravamo assolutamente nulla. (...) Noi siamo stati riconciliati con chi già ci amava, con il quale, a causa del peccato, noi eravamo nemici. Dimostri l'Apostolo se dico o no la verità. Egli afferma: Iddio dimostra il suo amore verso di noi per il fatto che, proprio mentre eravamo ancora peccatori, Cristo è morto per noi (Rm 5, 8-9). Iddio nutriva amore per noi anche quando, comportandoci da nemici nei confronti di lui, noi commettevamo l’iniquità. (...)
Assodato dunque che Dio non odia nulla di quanto ha fatto, chi potrà adeguatamente parlare dell’amore che egli nutre per le membra del suo Unigenito? E, soprattutto, chi potrà degnamente parlare dell’amore che porta al suo Unigenito stesso, nel quale sono state create tutte le cose visibili e invisibili, e che egli ama in modo perfettamente corrispondente al posto che ognuna di esse occupa nel piano della creazione?

Non manca chi sostiene che noi uomini siamo superiori agli angeli, in quanto, si dice, Cristo è morto per noi, non per gli angeli. Ma questo significa vantarsi della propria empietà. Infatti, come dice l’Apostolo, Cristo al momento fissato morì per gli empi (Rm 5, 6).
Questo fatto non mette in risalto il nostro merito, ma la misericordia di Dio. Come ci si può gloriare di aver contratto una infermità talmente detestabile che poteva essere guarita soltanto con la morte del medico? La morte di Cristo non è una gloria fondata sui nostri meriti, ma è la medicina per i nostri mali.
Non riteniamoci superiori agli angeli solo perché, avendo anch’essi peccato, non è stato pagato per la loro salvezza un tale prezzo, quasi che a loro sia stato elargito qualcosa di meno che a noi. E pur ammettendo che sia stato così, c’è da chiedersi se ciò sia avvenuto perché noi eravamo superiori o perché eravamo caduti più in basso.
Siccome però ci risulta che il Creatore di tutti i beni non ha concesso agli angeli cattivi alcuna grazia per la loro redenzione, perché almeno da questo non deduciamo che tanto più grave è stata giudicata la loro colpa in quanto più elevata era la loro natura? Essi erano tenuti più di noi a non peccare, in quanto erano migliori di noi. Sta di fatto che offendendo il Creatore, in modo tanto più esecrabile si dimostrarono ingrati al beneficio, quanto più ricchi di grazia erano stati creati. Né si accontentarono di averlo abbandonato per conto loro, ma diventarono anche i nostri tentatori.
Ecco dunque il grande beneficio che ci accorderà colui che ci ha amati come ha amato Cristo: che per amore dello stesso Gesù Cristo, di cui ha voluto fossimo le membra, diventiamo uguali in santità agli angeli (cf. Lc 20, 36) e in un certo modo loro compagni, noi che per natura siamo stati creati inferiori e che ancor più indegni ci siamo resi a causa del peccato.








SABATO


Il Signore volle essere battezzato per umiltà




Sant'Agostino
(Discorsi - Sermo 292, 3.3-4.4)




Fu inviato innanzi Giovanni perché battezzasse il Signore umile.
Il Signore infatti volle essere battezzato per umiltà, non a causa del peccato. Perché venne battezzato Cristo Signore?
Perché venne battezzato Cristo Signore, l’Unigenito Figlio di Dio?
Ricerca la ragione per cui nacque ed ivi troverai perché sia stato battezzato.
Senza dubbio vi scoprirai la via dell’umiltà, che non puoi percorrere con incedere superbo: se non la percorrerai con piede umile non potrai giungere a quell’altezza dove conduce. Venne battezzato per te Colui che per te è sceso dal cielo.
Nota quanto sia diventato insignificante Colui che essendo di natura divina, non considerò un’appropriazione indebita essere uguale a Dio (Cf. Fil 2, 6). Tuttavia, spogliò se stesso assumendo la natura di servo (Fil 2, 7).
Assunse ciò che non era in modo da non perdere ciò che era. Restando Dio, assunse l’uomo. Assunse la natura di servo e divenne Dio uomo quel Dio dal quale fu creato l’uomo.

Considera dunque quale maestà, quale potenza, quale sublimità, quale uguaglianza con il Padre venne a rivestirsi della natura di servo: vedi anche di apprendere da un così eccellente maestro la via dell’umiltà; poiché è molto più importante aver voluto farsi uomo che voler esser battezzato da un uomo.

Dunque Giovanni battezza Cristo, il servo il Signore, la voce la Parola, la creatura il Creatore, la lucerna il Sole; (...) la creatura battezzò il Creatore, la lucerna il sole: e il battezzatore non se ne inorgoglì, ma si sottomise al battezzando. Vedendolo avvicinarsi gli disse infatti: Tu vieni per essere battezzato da me?
Sono io che devo essere battezzato da te (Mt 3, 14).
Piena confessione e deciso riconoscimento dell’umiltà da parte della lucerna. Se si fosse inalberata contro il sole, quella sarebbe stata subito spenta dal vento della superbia. È questo dunque che il Signore previde e che il Signore fece capire con il suo battesimo. Egli, il grande, volle essere battezzato da colui che era tanto piccolo; per dirla in breve: il Salvatore da chi doveva essere salvato.
Infatti Giovanni, sebbene molto dotato, aveva dovuto richiamare alla mente qualche sua debolezza. Ecco pertanto: Non sono io che devo essere battezzato da te?
È certamente il Battesimo del Signore la salvezza: perché del Signore è la salvezza. Poiché vana è la salvezza dell’uomo.
Nessuno dica: Non ho bisogno di un salvatore.
Chi parla così non si sottomette al medico, ma muore nel suo male.

















Battesimo del Signore


Il battesimo di Gesù: manifestazione della Trinità




Sant'Agostino
(Commento al Vangelo di Giovanni - In Io. Ev. tr. 6, 5-8)




Il Signore uscì dall’acqua, come leggiamo nel Vangelo: ed ecco che sopra di lui i cieli si aprirono ed egli vide lo Spirito di Dio discendere come una colomba, e fermarsi su di lui; ed ecco una voce dai cieli che diceva: Tu sei il mio Figlio diletto, nel quale mi sono compiaciuto (Mt 3, 16-17). La Trinità si rivela qui molto chiaramente: il Padre nella voce, il Figlio nell’uomo, lo Spirito nella colomba.
In questa Trinità, nel cui nome furono inviati gli Apostoli, cerchiamo di renderci conto di ciò che vediamo.

Questo vide Giovanni in lui e conobbe ciò che ancora non sapeva. Sapeva che Gesù era il Figlio di Dio; sapeva che egli era il Signore e il Cristo; sapeva anche che egli era colui che doveva battezzare in acqua e Spirito Santo; tutto questo lo sapeva; ma ciò che non sapeva, e che apprese per mezzo della colomba, è che il Cristo avrebbe riservato a sé la potestà di battezzare e non l’avrebbe trasmessa a nessun ministro. E’ su questa potestà, che il Cristo riservò a sé e non trasferì in nessun ministro, sebbene si sia degnato servirsi di loro per battezzare, è su questa potestà che si fonda l’unità della Chiesa, che è simboleggiata nella colomba della quale è stato detto: Unica è la mia colomba, unica è per sua madre (Ct 6, 8).
Infatti, o miei fratelli, come già vi ho detto, se il Signore avesse trasferito questa potestà nei suoi ministri, ci sarebbero tanti battesimi quanti ministri, e non si salverebbe l’unità del battesimo.

Prestate attenzione, fratelli. Fu dopo il battesimo del Signore nostro Gesù Cristo, che la colomba discese su di lui e fece conoscere a Giovanni una caratteristica del Signore, secondo ciò che gli era stato detto: Colui sul quale vedrai discendere e fermarsi lo Spirito, come colomba, è lui quello che battezza nello Spirito Santo. Prima che il Signore si presentasse per il battesimo, Giovanni sapeva che è lui quello che battezza nello Spirito Santo; ma è dalla colomba che Giovanni apprende che la potestà del Signore è così personale che non passerà in nessun altro, anche se ad altri darà facoltà di battezzare. (...) Che cosa apprese allora per mezzo della colomba, sì da non dover essere poi considerato bugiardo (allontani Dio da noi un tale sospetto)? Apprese che ci sarebbe stata in Cristo una proprietà tale per cui, malgrado la moltitudine dei ministri, santi o peccatori, che avrebbero battezzato, la santità del battesimo non era da attribuirsi se non a colui sopra il quale discese la colomba, e del quale fu detto: E’ lui quello che battezza nello Spirito Santo (Gv 1, 33).
Battezzi pure Pietro, è Cristo che battezza; battezzi Paolo, è Cristo che battezza; e battezzi anche Giuda, è Cristo che battezza.

Se la santità del battesimo dipendesse dalla diversità dei meriti dei ministri, ci sarebbero tanti battesimi quanti possono essere i meriti; e ognuno penserebbe d’aver ricevuto una cosa tanto migliore quanto migliore considera il ministro dal quale è stato battezzato. Perché dunque, se uno viene battezzato, mettiamo, da un tale che è giusto e santo, e un altro invece da uno di minor merito davanti a Dio, di una virtù meno elevata, di una castità meno perfetta, insomma di vita meno santa; perché entrambi i battezzati ricevono la stessa identica cosa se non perché è lui quello che battezza?
Allora, come quando battezzano due santi dotati di meriti diversi, la grazia è una e identica, e malgrado il diverso grado di santità dei ministri, non è superiore in uno e inferiore nell’altro; così ugualmente una e identica è la grazia donata dal battesimo amministrato da un indegno, che battezza perché la Chiesa non sa che è cattivo, o perché lo tollera (i cattivi, infatti, restano ignorati o tollerati; come si tollera la pula in attesa che, alla fine, l’aia venga ripulita).
La grazia data da questo battesimo è una e identica, e non viene compromessa dall’indegnità del ministro; è sempre uguale perché è lui quello che battezza.




fonte:
Augustinus


Argomento pubblicato su Blog CATTOLICI, il Raccoglitore Italiano di BLOG di Fedeli CATTOLICI...
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"[...] Non abbiate paura!
APRITE, anzi, SPALANCATE le PORTE A CRISTO!
Alla sua salvatrice potestà aprite i confini degli Stati, i sistemi economici come quelli politici, i vasti campi di cultura, di civiltà, di sviluppo.
Non abbiate paura!
Cristo sa "cosa è dentro l’uomo". Solo lui lo sa!
Oggi così spesso l’uomo non sa cosa si porta dentro,
nel profondo del suo animo, del suo cuore.
Così spesso è incerto del senso della sua vita su questa terra.
È invaso dal dubbio che si tramuta in disperazione.
Permettete, quindi – vi prego, vi imploro con umiltà e con fiducia – permettete a Cristo di parlare all’uomo.
Solo lui ha parole di vita, sì! di vita eterna. [...]"


Papa Giovanni Paolo II
(estratto dell'omelia pronunciata domenica 22 ottobre 1978)



 
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