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SAN Roberto BELLARMINO








Uno dei teologi più insigni donato alla Cristianità dalla Compagnia di Gesù nei suoi quasi 5 secoli di storia è indubbiamente san Roberto Bellarmino (1542-1621), proclamato da Papa Pio XI (1922-1939) dottore della Chiesa universale il 17 settembre del 1931 e, lo stesso giorno, festeggiato nell’attuale calendario liturgico.













In effetti, per la sua imbattibile maestria nella promozione e difesa dell'ortodossia cattolica, il cardinale gesuita fu temuto da tutti i predicatori dell'eresia protestante, almeno nei secoli XVI e XVII. Ad esempio, secondo il calvinista William Whitaker (1548-1598), fin dal momento in cui il protestantesimo cominciò ad «illuminare con i suoi raggi varie parti del mondo cristiano», fu allora che «improvvisamente emersero i gesuiti» e, «tra quelle locuste», nessuno fu tanto "malvagio" quanto «Roberto Bellarmino, nativo dell'Italia», «paladino invincibile, uomo contro cui nessuno dei nostri avrebbe osato misurarsi, al quale nessuno sapeva controbattere» (W. WHITAKER, A disputation on Holy Scripture against the papist, especially Bellarmine and Stapleton, Cambridge 1849, pp. 3-6).


Anche alla luce di questa ottima scuola d’ortodossia, in un periodo di confusione dottrinale come il nostro, assume particolare valenza la ristampa dopo molti anni di Dottrina Cristiana breve, opera originariamente pubblicata su richiesta di Clemente VIII (1592-1605) nel 1597, anno in cui Papa Aldobrandini aveva nominato il santo gesuita suo teologo, esaminatore dei vescovi e consultore dell'allora Sant'Uffizio.


Suddiviso in 4 parti (o classi), questo "Piccolo catechismo" espone, col sistema tradizionale e sempre valido di domanda e risposta (ripreso dal Compendio del Catechismo della Chiesa cattolica nel 2005), il contenuto essenziale della Fede, unendo il Credo, i comandamenti, i sacramenti e il Padre nostro (come avviene anche con il Catechismo della Chiesa cattolica del 1992).


Si inizia con la creazione e la sua ragion d’essere: «Per qual fine [Dio] ci ha creato, e ci conserva? Perché noi lo conosciamo, lo amiamo, e lo serviamo in questa vita, e poi nell’altra lo godiamo sempre in Paradiso» (p. 13).
Come lo serviamo? Appartenendo alla Chiesa cattolica, riconosciuta come «la Congregazione di tutti i fedeli Cristiani, che sono battezzati, credono, e confessano la Fede di Cristo nostro Signore e riconoscono per Vicario di esso Cristo in Terra il Sommo Pontefice Romano» (pp. 28-29).


Si è perciò messi davanti al bivio esistenziale della vita e della responsabilità: «Che darà [Dio] a’ cattivi, che muojono in peccato mortale? L’inferno, dove sono tutti i mali, e si è privo di Dio, e si brucia per sempre» (p. 17).
La definizione coerente e conseguente di “Dottrina cristiana” è, quindi, quella di «un breve compendio di tutto ciò, che Cristo nostro Signore ci ha insegnato, per mostrarci la via della salute» (p. 22).


La resurrezione della carne consiste nel credere che «alla fine del Mondo tutti gli uomini hanno da resuscitare, ripigliando i medesimo corpi, che prima avevano; e questo per virtù di Dio, al quale non è cosa alcuna impossibile» (pp. 29-30).


Tanto lapidarie ed essenziali spiegazioni sono offerte anche per il Decalogo e i 7 Sacramenti.
Nel primo comandamento secondo san Roberto, «ci avverte Dio, che Esso è il nostro vero e supremo Padrone, e per[ci]ò siamo obbligati ad ubbidirlo con ogni diligenza. Appresso ci comanda, che non abbiamo a riconoscere alcun altro per Iddio; pel che peccano gli infedeli, i quali adorano le creature, in cambio del Creatore; ed anco i Stregoni, e le Fattucchiere, che tengono il Demonio per loro Dio» (p. 37).
Il sacramento della Cresima è quel santo segno che «Fortifica l’uomo, acciocché non abbia paura di confessare la Fede di Cristo nostro Signore; e così ci fa diventare Soldati veri del Salvatore» (p. 42).
Alla domanda circa il male che «avrebbe chi non credesse anche una sola delle cose proposte dalla Chiesa», la risposta del Bellarmino è che «farebbe un gravissimo peccato di eresia» (p. 48), privandosi perciò dell’amore di Dio. Infatti: «Da che si conosce che uno ama Dio sopra ogni cosa? Dalla premura che ha di star lontano dal peccato» (p. 52).


Il cardinale gesuita, quindi, dopo aver ricordato che «non si può amar Dio, se non si ama il prossimo», si chiede se nel prossimo siano inclusi «anche gli Eretici, i Turchi e i Cattivi» (categorie che potremmo forse oggi tradurre con quelle di relativisti, islamici e scientisti) e risponde positivamente, «perché possono convertirsi e salvarsi» (p. 54).


Anche sul battesimo il Bellarmino riassume la dottrina comune (e immutabile): se il peccato originale «è quello, con il quale tutti nasciamo, e l’abbiamo come per eredità dal nostro primo padre Adamo», esso viene cancellato con «il Santo Battesimo; e per[ci]ò chi muore senza Battesimo va al Limbo, ed è privo in perpetuo della gloria del Paradiso» (p. 58).


Mezzo migliore per «mantenere la devozione», secondo san Roberto, è «il Rosario della Madonna», in «si contiene la Vita di nostro Signore Gesù Cristo» (p. 60).
In conclusione, si rivelano molto pratiche ed istruttive, soprattutto per certa prassi popolare, liturgica e pastorale odierna, le “Istruzioni per quelli che debbono ammettersi a ricevere il Sacramento della Comunione”, che concludono l’aureo libretto (pp. 73-78).

Invitando il fedele ad accostarsi alla Santa Comunione «in Grazia di Dio, e senza affetto ad alcun peccato veniale. Inoltre con fede, con timore, e con amore verso il Signore» (p. 76), Bellarmino indica quella via alla partecipazione dell’immolazione cui, secondo quanto richiamato dal servo di Dio Pio XII, dovrebbero «volgere ed elevare la loro anima i fedeli che offrono la vittima divina nel Sacrificio Eucaristico... se San Roberto Bellarmino insegna, secondo il pensiero del Dottore di Ippona, che nel Sacrificio dell'altare è significato il generale sacrificio col quale tutto il Corpo Mistico di Cristo, cioè tutta la città redenta, viene offerta a Dio per mezzo di Cristo Gran Sacerdote (e), nulla si può trovare di più retto e di più giusto, che immolarci noi tutti, col nostro Capo che ha sofferto per noi, all'Eterno Padre» (PIO XII, Lettera Enciclica sulla Sacra Liturgia «Mediator Dei», 20 novembre 1947, cap. II).


In conclusione, la dottrina di santi teologi e pastori come Roberto Bellarmino, ci aiuta oggi, lo ha ribadito di recente il Cardinale Tarcisio Bertone, Segretario di Stato vaticano, il 22 maggio 2007 nell’omelia pronunciata alla Pontificia Università Gregoriana (il santo è infatti Patrono della Famiglia dell’Ateneo della Compagnia di Gesù) «a restare fedeli alla verità della fede integralmente tramandata dal magistero della Chiesa, e a saper dialogare con la cultura moderna senza ostilità ma anche senza cedimenti dottrinali».





Si ringrazia,
il dott Giuseppe Brienza

fonte:
Fides Cattolica,
Rivista di apologetica teologica
Anno V, n. 2
Frigento (AV) luglio-dicembre 2010,
pp. 283-285





La Storia di SAN BELLARMINO





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Permettete, quindi – vi prego, vi imploro con umiltà e con fiducia – permettete a Cristo di parlare all’uomo.
Solo lui ha parole di vita, sì! di vita eterna. [...]"


Papa Giovanni Paolo II
(estratto dell'omelia pronunciata domenica 22 ottobre 1978)



 
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