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No al Relativismo







"Se il progresso per essere progresso ha bisogno della crescita morale dell'umanità, allora la ragione del potere e del fare deve altrettanto urgentemente essere integrata mediante l'apertura della ragione alle forze salvifiche della fede, al discernimento tra bene e male.
Solo così diventa una ragione veramente umana.
Diventa umana solo se è in grado di indicare la strada alla volontà, e di questo è capace solo se guarda oltre se stessa.
In caso contrario la situazione dell'uomo, nello squilibrio tra capacità materiale e mancanza di giudizio del cuore, diventa una minaccia per lui e per il creato. "


Papa Benedetto XVI, Enciclica Spe Salvi (23), 30 novembre 2007.






Si prendono in considerazione alcuni scritti riguardanti il relativismo.
Nella visione cattolica il relativismo culturale è ritenuto inaccettabile quando diventa relativismo etico e mette in dubbio le verità rivelate che sono oggetto della fede cattolica


Il Relativismo, dal latino relatus ("riferire", "far riferimento") è una
prospettiva di pensiero che si fonda sull'idea che non esistono realtà o principi assoluti, vale a dire indipendenti dagli uomini, ma soltanto realtà o principi legati alle particolari condizioni in cui essi emergono e possono essere osservati.

Relativismo culturale:
concezione secondo la quale gli elementi di una data cultura vanno compresi e valutati nell'ambito del gruppo sociale a cui essa appartiene. In tale prospettiva non si può più considerare una data cultura superiore o inferiore a un'altra (ad esempio, quella occidentale), ma semplicemente diversa.
Il relativismo culturale si contrappone nettamente all'idea, imperante fino a tutto il XIX secolo, che la cultura occidentale fosse l'unica valida e che quindi quella dei popoli tecnologicamente arretrati, che vivono allo stato naturale, fossero primite o addirittura "barbare".

Relativismo morale:
i valori e le regole di condotta adottate da un determinato gruppo sociale (o anche da singoli individui) sono legati ai loro specifici bisogni e non hanno quindi alcuna base di assolutezza o necessità.

Relativismo etico:
sostiene che non esistono cose belle o brutte in assoluto, ma soltanto cose che suscitano giudizi estetici positivi o negativi in realzione ai gusti dei singoli soggetti o dei criteri di valutazione adottati da un dato gruppo sociale.


Bibliografia Italiana

Benedetto XVI - Marcello Pera, Senza radici. Europa, relativismo, cristianesimo, Islam, Mondadori, Milano, 2004

Benedetto XVI, Fede, verità, tolleranza, Cantagalli, Siena, 2003
















CAPPELLA PAPALE


MISSA PRO ELIGENDO ROMANO PONTIFICE


OMELIA DEL CARDINALE JOSEPH RATZINGER
DECANO DEL COLLEGIO CARDINALIZIO



Patriarcale Basilica di San Pietro

Lunedì 18 aprile 2005


Is 61, 1 - 3a. 6a. 8b - 9
Ef 4, 11 - 16
Gv 15, 9 - 17

In quest’ora di grande responsabilità, ascoltiamo con particolare attenzione quanto il Signore ci dice con le sue stesse parole. Dalle tre letture vorrei scegliere solo qualche passo, che ci riguarda direttamente in un momento come questo.

La prima lettura offre un ritratto profetico della figura del Messia – un ritratto che riceve tutto il suo significato dal momento in cui Gesù legge questo testo nella sinagoga di Nazareth, quando dice:
"Oggi si è adempiuta questa scrittura" (Lc 4, 21).
Al centro del testo profetico troviamo una parola che – almeno a prima vista – appare contraddittoria. Il Messia, parlando di sé, dice di essere mandato "a promulgare l’anno di misericordia del Signore, un giorno di vendetta per il nostro Dio." (Is 61, 2). Ascoltiamo, con gioia, l’annuncio dell’anno di misericordia: la misericordia divina pone un limite al male - ci ha detto il Santo Padre. Gesù Cristo è la misericordia divina in persona: incontrare Cristo significa incontrare la misericordia di Dio.
Il mandato di Cristo è divenuto mandato nostro attraverso l’unzione sacerdotale; siamo chiamati a promulgare – non solo a parole ma con la vita, e con i segni efficaci dei sacramenti, "l’anno di misericordia del Signore". Ma cosa vuol dire Isaia quando annuncia il "giorno della vendetta per il nostro Dio"? Gesù, a Nazareth, nella sua lettura del testo profetico, non ha pronunciato queste parole – ha concluso annunciando l’anno della misericordia. É stato forse questo il motivo dello scandalo realizzatosi dopo la sua predica?
Non lo sappiamo. In ogni caso il Signore ha offerto il suo commento autentico a queste parole con la morte di croce. "Egli portò i nostri peccati nel suo corpo sul legno della croce…", dice San Pietro (1 Pt 2, 24). E San Paolo scrive ai Galati: "Cristo ci ha riscattati dalla maledizione della legge, diventando lui stesso maledizione per noi, come sta scritto: Maledetto chi pende dal legno, perché in Cristo Gesù la benedizione di Abramo passasse alle genti e noi ricevessimo la promessa dello Spirito mediante la fede" (Gal 3, 13s).

La misericordia di Cristo non è una grazia a buon mercato, non suppone la banalizzazione del male. Cristo porta nel suo corpo e sulla sua anima tutto il peso del male, tutta la sua forza distruttiva.
Egli brucia e trasforma il male nella sofferenza, nel fuoco del suo amore sofferente. Il giorno della vendetta e l’anno della misericordia coincidono nel mistero pasquale, nel Cristo morto e risorto.

Questa è la vendetta di Dio: egli stesso, nella persona del Figlio, soffre per noi. Quanto più siamo toccati dalla misericordia del Signore, tanto più entriamo in solidarietà con la sua sofferenza – diveniamo disponibili a completare nella nostra carne "quello che manca ai patimenti di Cristo" (Col 1, 24).

Passiamo alla seconda lettura, alla lettera agli Efesini. Qui si tratta in sostanza di tre cose: in primo luogo, dei ministeri e dei carismi nella Chiesa, come doni del Signore risorto ed asceso al cielo; quindi, della maturazione della fede e della conoscenza del Figlio di Dio, come condizione e contenuto dell’unità nel corpo di Cristo; ed, infine, della comune partecipazione alla crescita del corpo di Cristo, cioè della trasformazione del mondo nella comunione col Signore.

Soffermiamoci solo su due punti.
Il primo è il cammino verso "la maturità di Cristo"; così dice, un po’ semplificando, il testo italiano. Più precisamente dovremmo, secondo il testo greco, parlare della "misura della pienezza di Cristo", cui siamo chiamati ad arrivare per essere realmente adulti nella fede. Non dovremmo rimanere fanciulli nella fede, in stato di minorità. E in che cosa consiste l’essere fanciulli nella fede? Risponde San Paolo: significa essere "sballottati dalle onde e portati qua e là da qualsiasi vento di dottrina…" (Ef 4, 14). Una descrizione molto attuale!

Quanti venti di dottrina abbiamo conosciuto in questi ultimi decenni, quante correnti ideologiche, quante mode del pensiero... La piccola barca del pensiero di molti cristiani è stata non di rado agitata da queste onde - gettata da un estremo all’altro: dal marxismo al liberalismo, fino al libertinismo; dal collettivismo all’individualismo radicale; dall’ateismo ad un vago misticismo religioso; dall’agnosticismo al sincretismo e così via.
Ogni giorno nascono nuove sette e si realizza quanto dice San Paolo sull’inganno degli uomini, sull’astuzia che tende a trarre nell’errore (cf Ef 4, 14). Avere una fede chiara, secondo il Credo della Chiesa, viene spesso etichettato come fondamentalismo. Mentre il relativismo, cioè il lasciarsi portare "qua e là da qualsiasi vento di dottrina", appare come l’unico atteggiamento all’altezza dei tempi odierni.


Si va costituendo una dittatura del relativismo che non riconosce nulla come definitivo e che lascia come ultima misura solo il proprio io e le sue voglie.

Noi, invece, abbiamo un’altra misura: il Figlio di Dio, il vero uomo.
É lui la misura del vero umanesimo.



"Adulta" non è una fede che segue le onde della moda e l’ultima novità; adulta e matura è una fede profondamente radicata nell’amicizia con Cristo. É quest’amicizia che ci apre a tutto ciò che è buono e ci dona il criterio per discernere tra vero e falso, tra inganno e verità. Questa fede adulta dobbiamo maturare, a questa fede dobbiamo guidare il gregge di Cristo. Ed è questa fede - solo la fede - che crea unità e si realizza nella carità.

San Paolo ci offre a questo proposito – in contrasto con le continue peripezie di coloro che sono come fanciulli sballottati dalle onde – una bella parola: fare la verità nella carità, come formula fondamentale dell’esistenza cristiana.
In Cristo, coincidono verità e carità. Nella misura in cui ci avviciniamo a Cristo, anche nella nostra vita, verità e carità si fondono. La carità senza verità sarebbe cieca; la verità senza carità sarebbe come "un cembalo che tintinna" (1 Cor 13, 1).

Veniamo ora al Vangelo, dalla cui ricchezza vorrei estrarre solo due piccole osservazioni. Il Signore ci rivolge queste meravigliose parole: "Non vi chiamo più servi... ma vi ho chiamato amici" (Gv 15, 15).
Tante volte sentiamo di essere - come è vero - soltanto servi inutili (cf Lc 17, 10). E, ciò nonostante, il Signore ci chiama amici, ci fa suoi amici, ci dona la sua amicizia.
Il Signore definisce l’amicizia in un duplice modo. Non ci sono segreti tra amici: Cristo ci dice tutto quanto ascolta dal Padre; ci dona la sua piena fiducia e, con la fiducia, anche la conoscenza. Ci rivela il suo volto, il suo cuore. Ci mostra la sua tenerezza per noi, il suo amore appassionato che va fino alla follia della croce. Si affida a noi, ci dà il potere di parlare con il suo io: "questo è il mio corpo...", "io ti assolvo...".
Affida il suo corpo, la Chiesa, a noi. Affida alle nostre deboli menti, alle nostre deboli mani la sua verità – il mistero del Dio Padre, Figlio e Spirito Santo; il mistero del Dio che "ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito" (Gv 3, 16). Ci ha reso suoi amici – e noi come rispondiamo?

Il secondo elemento, con cui Gesù definisce l’amicizia, è la comunione delle volontà. "Idem velle – idem nolle", era anche per i Romani la definizione di amicizia. "Voi siete miei amici, se fate ciò che io vi comando" (Gv 15, 14). L’amicizia con Cristo coincide con quanto esprime la terza domanda del Padre nostro: "Sia fatta la tua volontà come in cielo così in terra".
Nell’ora del Getsemani Gesù ha trasformato la nostra volontà umana ribelle in volontà conforme ed unita alla volontà divina. Ha sofferto tutto il dramma della nostra autonomia – e proprio portando la nostra volontà nelle mani di Dio, ci dona la vera libertà: "Non come voglio io, ma come vuoi tu" (Mt 21, 39).
In questa comunione delle volontà si realizza la nostra redenzione: essere amici di Gesù, diventare amici di Dio. Quanto più amiamo Gesù, quanto più lo conosciamo, tanto più cresce la nostra vera libertà, cresce la gioia di essere redenti. Grazie Gesù, per la tua amicizia!

L’altro elemento del Vangelo - cui volevo accennare - è il discorso di Gesù sul portare frutto: "Vi ho costituito perché andiate e portiate frutto e il vostro frutto rimanga" (Gv 15, 16).
Appare qui il dinamismo dell’esistenza del cristiano, dell’apostolo: vi ho costituito perché andiate… Dobbiamo essere animati da una santa inquietudine: l’inquietudine di portare a tutti il dono della fede, dell’amicizia con Cristo.
In verità, l’amore, l’amicizia di Dio ci è stata data perché arrivi anche agli altri. Abbiamo ricevuto la fede per donarla ad altri – siamo sacerdoti per servire altri. E dobbiamo portare un frutto che rimanga.

Tutti gli uomini vogliono lasciare una traccia che rimanga. Ma che cosa rimane? Il denaro no. Anche gli edifici non rimangono; i libri nemmeno. Dopo un certo tempo, più o meno lungo, tutte queste cose scompaiono. L’unica cosa, che rimane in eterno, è l’anima umana, l’uomo creato da Dio per l’eternità.
Il frutto che rimane è perciò quanto abbiamo seminato nelle anime umane – l’amore, la conoscenza; il gesto capace di toccare il cuore; la parola che apre l’anima alla gioia del Signore.
Allora andiamo e preghiamo il Signore, perché ci aiuti a portare frutto, un frutto che rimane. Solo così la terra viene cambiata da valle di lacrime in giardino di Dio.

Ritorniamo infine, ancora una volta, alla lettera agli Efesini. La lettera dice - con le parole del Salmo 68 - che Cristo, ascendendo in cielo, "ha distribuito doni agli uomini" (Ef 4, 8). Il vincitore distribuisce doni. E questi doni sono apostoli, profeti, evangelisti, pastori e maestri.
Il nostro ministero è un dono di Cristo agli uomini, per costruire il suo corpo – il mondo nuovo. Viviamo il nostro ministero così, come dono di Cristo agli uomini! Ma in questa ora, soprattutto, preghiamo con insistenza il Signore, perché dopo il grande dono di Papa Giovanni Paolo II, ci doni di nuovo un pastore secondo il suo cuore, un pastore che ci guidi alla conoscenza di Cristo, al suo amore, alla vera gioia. Amen.




fonte:
http://www.vatican.va/

















BENEDETTO XVI

UDIENZA GENERALE


Palazzo Apostolico di Castel Gandolfo
Mercoledì, 5 agosto 2009



San Giovanni Maria Vianney, il Santo Curato d’Ars

Cari fratelli e sorelle,

nell’odierna catechesi vorrei ripercorrere brevemente l’esistenza del Santo Curato d’Ars sottolineandone alcuni tratti, che possono essere di esempio anche per i sacerdoti di questa nostra epoca, certamente diversa da quella in cui egli visse, ma segnata, per molti versi, dalle stesse sfide fondamentali umane e spirituali. Proprio ieri si sono compiuti 150 anni dalla sua nascita al Cielo: erano infatti le due del mattino del 4 agosto 1859, quando san Giovanni Battista Maria Vianney, terminato il corso della sua esistenza terrena, andò incontro al Padre celeste per ricevere in eredità il regno preparato fin dalla creazione del mondo per coloro che fedelmente seguono i suoi insegnamenti (cfr Mt 25,34).
Quale grande festa deve esserci stata in Paradiso all’ingresso di un così zelante pastore! Quale accoglienza deve avergli riservata la moltitudine dei figli riconciliati con il Padre, per mezzo dalla sua opera di parroco e confessore! Ho voluto prendere spunto da questo anniversario per indire l’Anno Sacerdotale, che, com’è noto, ha per tema Fedeltà di Cristo, fedeltà del sacerdote.
Dipende dalla santità la credibilità della testimonianza e, in definitiva, l’efficacia stessa della missione di ogni sacerdote.


Giovanni Maria Vianney nacque nel piccolo borgo di Dardilly l’8 maggio del 1786, da una famiglia contadina, povera di beni materiali, ma ricca di umanità e di fede. Battezzato, com’era buon uso all’epoca, lo stesso giorno della nascita, consacrò gli anni della fanciullezza e dell’adolescenza ai lavori nei campi e al pascolo degli animali, tanto che, all’età di diciassette anni, era ancora analfabeta. Conosceva però a memoria le preghiere insegnategli dalla pia madre e si nutriva del senso religioso che si respirava in casa.
I biografi narrano che, fin dalla prima giovinezza, egli cercò di conformarsi alla divina volontà anche nelle mansioni più umili. Nutriva in animo il desiderio di divenire sacerdote, ma non gli fu facile assecondarlo.
Giunse infatti all’Ordinazione presbiterale dopo non poche traversìe ed incomprensioni, grazie all’aiuto di sapienti sacerdoti, che non si fermarono a considerare i suoi limiti umani, ma seppero guardare oltre, intuendo l’orizzonte di santità che si profilava in quel giovane veramente singolare.
Così, il 23 giugno 1815, fu ordinato diacono e, il 13 agosto seguente, sacerdote. Finalmente all’età di 29 anni, dopo molte incertezze, non pochi insuccessi e tante lacrime, poté salire l’altare del Signore e realizzare il sogno della sua vita.


Il Santo Curato d’Ars manifestò sempre un’altissima considerazione del dono ricevuto. Affermava: “Oh! Che cosa grande è il Sacerdozio! Non lo si capirà bene che in Cielo… se lo si comprendesse sulla terra, si morirebbe, non di spavento ma di amore!” (Abbé Monnin, Esprit du Curé d’Ars, p. 113).
Inoltre, da fanciullo aveva confidato alla madre: “Se fossi prete, vorrei conquistare molte anime” (Abbé Monnin, Procès de l’ordinaire, p. 1064). E così fu. Nel servizio pastorale, tanto semplice quanto straordinariamente fecondo, questo anonimo parroco di uno sperduto villaggio del sud della Francia riuscì talmente ad immedesimarsi col proprio ministero, da divenire, anche in maniera visibilmente ed universalmente riconoscibile, alter Christus, immagine del Buon Pastore, che, a differenza del mercenario, dà la vita per le proprie pecore (cfr Gv 10,11). Sull’esempio del Buon Pastore, egli ha dato la vita nei decenni del suo servizio sacerdotale. La sua esistenza fu una catechesi vivente, che acquistava un’efficacia particolarissima quando la gente lo vedeva celebrare la Messa, sostare in adorazione davanti al tabernacolo o trascorrere molte ore nel confessionale.


Centro di tutta la sua vita era dunque l’Eucaristia, che celebrava ed adorava con devozione e rispetto. Altra caratteristica fondamentale di questa straordinaria figura sacerdotale era l’assiduo ministero delle confessioni.
Riconosceva nella pratica del sacramento della penitenza il logico e naturale compimento dell’apostolato sacerdotale, in obbedienza al mandato di Cristo: “A chi rimetterete i peccati saranno rimessi e a chi non li rimetterete resteranno non rimessi” (cfr Gv 20,23).
San Giovanni Maria Vianney si distinse pertanto come ottimo e instancabile confessore e maestro spirituale. Passando “con un solo movimento interiore, dall’altare al confessionale”, dove trascorreva gran parte della giornata, cercava in ogni modo, con la predicazione e con il consiglio persuasivo, di far riscoprire ai parrocchiani il significato e la bellezza della penitenza sacramentale, mostrandola come un’esigenza intima della Presenza eucaristica (cfr Lettera ai sacerdoti per l’Anno Sacerdotale).


I metodi pastorali di san Giovanni Maria Vianney potrebbero apparire poco adatti alle attuali condizioni sociali e culturali. Come potrebbe infatti imitarlo un sacerdote oggi, in un mondo tanto cambiato? Se è vero che mutano i tempi e molti carismi sono tipici della persona, quindi irripetibili, c’è però uno stile di vita e un anelito di fondo che tutti siamo chiamati a coltivare. A ben vedere, ciò che ha reso santo il Curato d’Ars è stata la sua umile fedeltà alla missione a cui Iddio lo aveva chiamato; è stato il suo costante abbandono, colmo di fiducia, nelle mani della Provvidenza divina. Egli riuscì a toccare il cuore della gente non in forza delle proprie doti umane, né facendo leva esclusivamente su un pur lodevole impegno della volontà; conquistò le anime, anche le più refrattarie, comunicando loro ciò che intimamente viveva, e cioè la sua amicizia con Cristo.
Fu “innamorato” di Cristo, e il vero segreto del suo successo pastorale è stato l’amore che nutriva per il Mistero eucaristico annunciato, celebrato e vissuto, che è divenuto amore per il gregge di Cristo, i cristiani e per tutte le persone che cercano Dio. La sua testimonianza ci ricorda, cari fratelli e sorelle, che per ciascun battezzato, e ancor più per il sacerdote, l’Eucaristia “non è semplicemente un evento con due protagonisti, un dialogo tra Dio e me.
La Comunione eucaristica tende ad una trasformazione totale della propria vita. Con forza spalanca l’intero io dell’uomo e crea un nuovo noi” (Joseph Ratzinger, La Comunione nella Chiesa, p. 80).


Lungi allora dal ridurre la figura di san Giovanni Maria Vianney a un esempio, sia pure ammirevole, della spiritualità devozionale ottocentesca, è necessario al contrario cogliere la forza profetica che contrassegna la sua personalità umana e sacerdotale di altissima attualità. Nella Francia post-rivoluzionaria che sperimentava una sorta di “dittatura del razionalismo” volta a cancellare la presenza stessa dei sacerdoti e della Chiesa nella società, egli visse, prima - negli anni della giovinezza - un’eroica clandestinità percorrendo chilometri nella notte per partecipare alla Santa Messa.
Poi - da sacerdote – si contraddistinse per una singolare e feconda creatività pastorale, atta a mostrare che il razionalismo, allora imperante, era in realtà distante dal soddisfare gli autentici bisogni dell’uomo e quindi, in definitiva, non vivibile.


Cari fratelli e sorelle, a 150 anni dalla morte del Santo Curato d’Ars, le sfide della società odierna non sono meno impegnative, anzi forse, si sono fatte più complesse. Se allora c’era la “dittatura del razionalismo”, all’epoca attuale si registra in molti ambienti una sorta di “dittatura del relativismo”. Entrambe appaiono risposte inadeguate alla giusta domanda dell’uomo di usare a pieno della propria ragione come elemento distintivo e costitutivo della propria identità.
Il razionalismo fu inadeguato perché non tenne conto dei limiti umani e pretese di elevare la sola ragione a misura di tutte le cose, trasformandola in una dea; il relativismo contemporaneo mortifica la ragione, perché di fatto arriva ad affermare che l’essere umano non può conoscere nulla con certezza al di là del campo scientifico positivo. Oggi però, come allora, l’uomo “mendicante di significato e compimento” va alla continua ricerca di risposte esaustive alle domande di fondo che non cessa di porsi.


Avevano ben presente questa “sete di verità”, che arde nel cuore di ogni uomo, i Padri del Concilio Ecumenico Vaticano II quando affermarono che spetta ai sacerdoti, “quali educatori della fede”, formare “un’autentica comunità cristiana” capace di aprire “a tutti gli uomini la strada che conduce a Cristo” e di esercitare “una vera azione materna” nei loro confronti, indicando o agevolando a che non crede “il cammino che porta a Cristo e alla sua Chiesa”, e costituendo per chi già crede “stimolo, alimento e sostegno per la lotta spirituale” (cfr Presbyterorum ordinis, 6).
L’insegnamento che a questo proposito continua a trasmetterci il Santo Curato d’Ars é che, alla base di tale impegno pastorale, il sacerdote deve porre un’intima unione personale con Cristo, da coltivare e accrescere giorno dopo giorno. Solo se innamorato di Cristo, il sacerdote potrà insegnare a tutti questa unione, questa amicizia intima con il divino Maestro, potrà toccare i cuori della gente ed aprirli all’amore misericordioso del Signore. Solo così, di conseguenza, potrà infondere entusiasmo e vitalità spirituale alle comunità che il Signore gli affida. Preghiamo perché, per intercessione di san Giovanni Maria Vianney, Iddio faccia dono alla sua Chiesa di santi sacerdoti, e perché cresca nei fedeli il desiderio di sostenere e coadiuvare il loro ministero. Affidiamo questa intenzione a Maria, che proprio oggi invochiamo come Madonna della Neve.



Saluti: ....




fonte:
http://www.vatican.va/

















Fondamentalismo e relativismo, nemici della libertà religiosa e della pace


Nel suo Messaggio per la Giornata mondiale della pace 2011, Benedetto XVI mostra solidarietà ai tanti cristiani perseguitati (Iraq, Terra Santa,...), ma mette in luce anche che la persecuzione viene non solo dal terrorismo islamico, ma anche dalle società secolarizzate occidentali che soffocando la dimensione religiosa, eliminano un elemento importante per la vita dell’uomo e la convivenza fra i popoli.


Libertà religiosa, via per la pace”, il Messaggio per la Giornata mondiale della pace del 2011, reso pubblico oggi da Benedetto XVI, strappa il tema della libertà religiosa da questione di semplice difesa dei credenti contro le persecuzioni e lo colloca al centro del presente e del futuro della società mondiale.


Esso difende la presenza dei cristiani in Iraq – ricordando il terribile eccidio del 31 ottobre a Baghdad, nella cattedrale siro-cattolica -; ricorda le difficoltà di tanti credenti, impossibilitati a esprimere la loro fede, a difendere la loro religione (v. il caso di Asia Bibi), a cambiarla secondo la ricerca della verità. Ricorda anche le oppressioni vissute dai cristiani di Terra Santa – schiacciati da un doppio fondamentalismo, ebraico e musulmano, dalla guerra degli insediamenti dei coloni israeliani e dalla guerriglia e terrorismo del radicalismo palestinese; le intolleranze a cui sono sottoposti i fedeli in tante parti del mondo africano (Egitto, Algeria, Sudan, Nigeria,...) e asiatico (Nordcorea, Vietnam, Cina, India, Malaysia, Myanmar,...).


Ma soprattutto, questo Messaggio fa vedere che la libertà religiosa è una vera “arma della pace”, la cui affermazione permette una missione “storica e profetica” nel mondo contemporaneo (v. n. 15).
Non è difficile riconoscere che proprio in quei Paesi dove più si esercita violenza contro la libertà religiosa, lì vi è un ampio spettro di violazioni a tutti i diritti umani, e una tensione che annuncia possibili guerre. È così in Iran e in Nordcorea; in Pakistan e in Cina; in Myanmar, in Sudan e in Egitto.


In tal modo la libertà religiosa si manifesta – se ancora non lo si è capito – di essere la base dei diritti umani, "la cartina di tornasole per verificare il rispetto di tutti gli altri diritti umani" (n.5).
Soprattutto, Benedetto XVI spiega che la libertà religiosa permette ai credenti di offrire senza timore il loro contributo alla società, garantendo per essa ideali che vanno oltre il bieco mercantilismo (n. 2).


Per il papa la libertà religiosa è anche la base per la convivenza sociale perché permette di guardare l’altro con rispetto e di coinvolgerlo nel collaborare a una società impegnata per il bene comune e non solo per l’interesse proprio o della propria etnia o gruppo (n.3).


Nel documento il papa fa i nomi dei nemici della libertà religiosa che divengono in tal modo anche i nemici della pace. Essi sono il fondamentalismo e il relativismo.


Il primo strumentalizza la libertà religiosa (di una religione) “per mascherare interessi occulti, come ad esempio il sovvertimento dell’ordine costituito, l’accaparramento di risorse o il mantenimento del potere da parte di un gruppo, può provocare danni ingentissimi alle società”.
E qui il pontefice condanna ancora una volta ogni violenza fatta in nome di Dio, ricordando che la verità si impone con se stessa (v. n. 7).
Nelle parole del papa si comprendono le allusioni al radicalismo islamico, a quello indù, al terrorismo.


Ma ciò che è curioso e segno di profondità è aver messo vicino al fondamentalismo (sulla cui condanna sono tutti d’accordo) anche il relativismo che svuota di valore la ricerca religiosa e la condanna all’estraniazione nella società. E qui Benedetto XVI ha di mira il mondo occidentale dove, con la scusa di non offendere le altre religioni, si cancellano i segni sacri dalla vita pubblica e si costringe al privato l’esperienza religiosa: “le leggi e le istituzioni di una società – grida il papa - non possono essere configurate ignorando la dimensione religiosa dei cittadini o in modo da prescinderne del tutto” (n. 8). Vengono in mente alcuni dibattiti e tentativi di condannare la Chiesa cattolica come “razzista” perché non dà il sacerdozio alle donne, o non riconosce l’unione fra i gay alla pari dell’unione fra uomo e donna; o il tentativo, in nome dei “diritti delle donne”, di obbligare a praticare l’aborto anche i medici obiettori.


Molto mondo occidentale guarda a queste tensioni come delle sciocchezze da sacrestia, dei tentativi dei cattolici di difendere moralità ormai superate. Benedetto XVI dice che queste prese di posizioni del mondo laicista e relativista contro la libertà religiosa sono i segni di una guerra imminente. Il materialismo vuoto dell’occidente, che emargina la religione, è a un passo dal distruggere tutto lo sviluppo civile creato in due millenni di cristianesimo e di cultura europea.


Per questo il pontefice domanda che la legislazione dei vari Paesi tenga conto della legislazione internazionale in fatto di diritti umani e religiosi e propone come simbolo per un futuro di pace l’incontro di Assisi del 1986.


“Nel 2011 – egli dice - ricorre il 25° anniversario della Giornata mondiale di preghiera per la pace,convocata ad Assisi nel 1986 dal Venerabile Giovanni Paolo II. In quell’occasione i leader delle grandi religioni del mondo hanno testimoniato come la religione sia un fattore di unione e di pace, e non di divisione e di conflitto. Il ricordo di quell’esperienza è un motivo di speranza per un futuro in cui tutti i credenti si sentano e si rendano autenticamente operatori di giustizia e di pace” (n.11).




Si ringrazia,
Bernardo Cervellera

fonte:
Asia news.it


















Il decalogo negli anni del relativismo


Il primato della discrezionalità individuale porta a un modello morale in cui le scelte sono in mano ai singoli. I Comandamenti perdono la capacità di regolare (anche) la vita sociale.


Nel nostro contesto secolarizzato, la capacità della Bibbia e in generale della religione di fungere da fondamento morale nelle scelte appare decisamente più in difficoltà che in passato. Il relativismo, da questo punto di vista ha portato alla coesistenza di riferimenti morali e normativi diversi tra loro e ha ridotto il peso e la capacità prescrittiva della morale religiosa. In una recente indagine condotta tra i giovani italiani (I giovani di fronte al futuro e alla vita con e senza fede, Istituto Iard– progetto Passio 2010), ad esempio, la capacità della fede di aiutare a distinguere il bene dal male era sottoscritta dal 72 per cento dei cattolici praticanti, dal 41 per cento dei non praticanti e solo dal 12 per cento dei non credenti.
Il riferimento morale religioso appare ancora rilevante di fronte alle grandi questioni etiche che riguardano la vita e la morte, ma si sfuma decisamente in altri ambiti quali i comportamenti sessuali e le relazioni interindividuali della quotidianità. Il primato della discrezionalità individuale porta ad un modello morale in cui la scelta pratica è nelle mani del singolo che sempre meno si affida a modelli di riferimento consolidati e sempre più produce di volta in volta risposte fortemente condizionate dal contesto e dalla connotazione emotiva della situazione che è chiamato a giudicare.
In questo senso il riferimento ai Dieci comandamenti perde la sua dimensione strettamente normativa e regolativa della vita sociale, per trasferirsi più sul piano dei principi individuali a cui ricondurre le diverse fattispecie della quotidianità. In questo ambito i Comandamenti si contendono lo spazio morale con una più vasta gamma di orientamenti filosofici e politici che caratterizzano i modelli di interpretazione e di regolazione delle società contemporanee.
I Comandamenti sono quindi percepiti sempre meno come leggi e sempre più come orientamenti morali, da interpretare all’interno dei diversi contesti e delle diverse situazioni della vita quotidiana. Non solo, ma la mediazione tra individuo e norma morale tradizionalmente offerta dalle istituzioni sociali (Chiesa, Stato, etc...) sembra venire meno, per cui non solo il valore della norma è sempre più relativo, ma la sua interpretazione è la sua applicazione sono sempre più di tipo individualistico e, in ultima analisi, discrezionale.




Si ringrazia,
Riccardo Grassi, sociologo, Istituto Iard, Istituto superiore di Scienze religiose di Novara

fonte:
Famiglia Cristiana.it

Argomento pubblicato su Blog CATTOLICI, il Raccoglitore Italiano di BLOG di Fedeli CATTOLICI...
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"[...] Non abbiate paura!
APRITE, anzi, SPALANCATE le PORTE A CRISTO!
Alla sua salvatrice potestà aprite i confini degli Stati, i sistemi economici come quelli politici, i vasti campi di cultura, di civiltà, di sviluppo.
Non abbiate paura!
Cristo sa "cosa è dentro l’uomo". Solo lui lo sa!
Oggi così spesso l’uomo non sa cosa si porta dentro,
nel profondo del suo animo, del suo cuore.
Così spesso è incerto del senso della sua vita su questa terra.
È invaso dal dubbio che si tramuta in disperazione.
Permettete, quindi – vi prego, vi imploro con umiltà e con fiducia – permettete a Cristo di parlare all’uomo.
Solo lui ha parole di vita, sì! di vita eterna. [...]"


Papa Giovanni Paolo II
(estratto dell'omelia pronunciata domenica 22 ottobre 1978)



 
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