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Confronto reciproco dei peccati






Passiamo a considerare il confronto reciproco dei peccati.
Sull'argomento si pongono dieci quesiti: 1. Se i vizi e i peccati siano tutti connessi; 2. Se siano tutti uguali; 3. Se la gravità dei peccati si misuri dall'oggetto; 4. Se si misuri dall'importanza delle virtù contrarie; 5. Se i peccati carnali siano più gravi di quelli spirituali; 6. Se la gravità dei peccati si misuri dalle loro cause; 7. Se si misuri dalle circostanze; 8. Se si misuri dalla gravità del danno; 9. Se dipenda dalla condizione della persona contro la quale si pecca; 10. Se il peccato sia più grave per la dignità della persona che pecca.





ARTICOLO 1





Se tutti i peccati siano connessi


SEMBRA che tutti i peccati siano connessi. Infatti:
1. S. Giacomo scrive: "Chiunque osserverà tutta la legge, ma mancherà in un punto solo, diventerà reo di tutto". Ora, esser reo di tutti i precetti della legge equivale ad avere tutti i peccati: perché, come dice S. Ambrogio, "il peccato è trasgressione della legge divina, e disobbedienza ai comandamenti celesti". Perciò chi commette un peccato si carica di tutti i peccati.
2. Ogni peccato esclude la virtù contraria. Ma chi manca di una virtù manca di tutte, secondo le spiegazioni date. Perciò chi commette un peccato viene privato di tutte le virtù. Ma chi manca di una virtù possiede il vizio contrario. Dunque chi ha un peccato ha tutti i peccati.
3. Secondo le spiegazioni date in precedenza, sono tra loro connesse tutte le virtù che convengono in un unico principio. Ora, convengono in un unico principio non solo le virtù ma anche i peccati: poiché, secondo quel che scrive S. Agostino, come "l'amore di Dio, che costruisce la città di Dio", è il principio e la radice di tutte le virtù, così "l'amor proprio, che costruisce la città di Babilonia", è la radice di tutti i peccati. Perciò anche i vizi e i peccati sono tutti connessi tra loro, cosicché chi ne ha uno li ha tutti.

IN CONTRARIO: Certi vizi, come Aristotele dimostra, sono tra loro contrari. Ora qualità contrarie sono incompatibili nel medesimo soggetto. Dunque è impossibile che i vizi e i peccati siano tutti connessi tra loro.

RISPONDO: L'intenzione di chi agisce virtuosamente per seguire la ragione si comporta diversamente dall'intenzione di chi pecca scostandosi da quella. Infatti l'intenzione del primo mira a seguire la regola della ragione: perciò tutte le virtù mirano all'identico scopo. Per questo tutte le virtù, come abbiamo visto, hanno una connessione reciproca nella retta ragione pratica, cioè nella prudenza. Invece l'intenzione di chi pecca non mira direttamente ad allontanarsi da ciò che è conforme alla ragione: ma tende piuttosto verso un bene desiderabile, dal quale (il suo atto) riceve la specificazione. Ora, codesti beni, verso i quali mira l'intenzione di chi pecca scostandosi dalla ragione, sono diversi fra loro, senza nessuna connessione reciproca: anzi talora sono incompatibili. E dal momento che i vizi e i peccati vengono specificati dalle cose verso cui tendono, è evidente che essi non hanno nessuna connessione in ciò che ne costituisce la specie. Infatti non si commette il peccato andando dal molteplice verso l'unità, come avviene per le virtù che sono tra loro connesse; ma piuttosto allontanandosi dall'unità verso il molteplice.

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. S. Giacomo parla del peccato non come conversione (alle creature), cioè dal lato che, secondo le spiegazioni date, viene considerato per distinguere i peccati tra loro; ma ne parla sotto l'aspetto di aversione (da Dio), cioè in quanto l'uomo col peccato si scosta da un precetto della legge. Ora, tutti i precetti della legge derivano da un unico legislatore, come nota lo stesso Apostolo: perciò è sempre il medesimo Dio che viene disprezzato in ogni atto peccaminoso. Ecco perché egli scrive che "chi manca in un punto, diventa reo di tutto": perché commettendo un peccato diviene meritevole di pena per il suo disprezzo verso Dio, disprezzo che determina la punibilità per tutti i peccati.
2. Come abbiamo già spiegato, la virtù contraria non viene distrutta da qualsiasi atto peccaminoso: infatti non la distrugge il peccato veniale; e il peccato mortale distrugge le virtù infuse in quanto allontana da Dio; ma un unico atto peccaminoso, anche se mortale, non distrugge l'abito di una virtù acquisita. Se invece gli atti si moltiplicano così da produrre l'abito contrario, viene eliminato anche l'abito di una virtù acquisita. Eliminando però una virtù acquisita, si elimina la prudenza; poiché chi agisce contro una virtù qualsiasi agisce contro la prudenza, non potendo sussistere nessuna virtù morale senza la prudenza, come abbiamo dimostrato nel trattato precedente. Per conseguenza si eliminano tutte le virtù morali, sotto l'aspetto formale e perfetto di virtù, che esse desumono dalla prudenza: tuttavia rimangono le inclinazioni verso gli atti virtuosi, privati dell'aspetto di virtù. Ma da questo non segue che l'uomo debba incorrere in tutti i vizi e in tutti i peccati. Primo, perché a una virtù unica si contrappongono vizi molteplici: cosicché una virtù può essere soppiantata da uno di essi, anche in assenza degli altri. Secondo, perché il peccato, come abbiamo visto, si oppone direttamente alla virtù nella sua inclinazione verso l'atto: perciò, mentre rimangono certe inclinazioni virtuose, non si può dire che uno contragga tutti i vizi o peccati ad esse contrari.
3. L'amor di Dio è unitivo, perché conduce l'affetto umano dal molteplice all'unità: perciò le virtù, prodotte da questo amore, sono tra loro connesse. Invece l'amor proprio disgrega l'affetto umano verso cose disparate; perché l'uomo ama se stesso desiderando a se stesso dei beni temporali, che sono disparati e molteplici: perciò i vizi e i peccati, prodotti dall'amor proprio, non sono connessi.





ARTICOLO 2





Se i peccati siano tutti uguali


SEMBRA che i peccati siano tutti uguali. Infatti:
1. Peccare è compiere quello che non si deve. Ora, identico è il rimprovero che si fa in tutti i casi in cui si compie ciò che non si deve. Dunque il peccato merita sempre lo stesso rimprovero. Perciò i peccati non sono uno più grave dell'altro.
2. Il peccato consiste sempre nel fatto che uno trasgredisce la regola della ragione, la quale sta agli atti umani come la riga sta al disegno geometrico. Perciò peccare è come sbagliare una linea. Ma la linea sbagliata è sempre sbagliata, anche se una si scosta di più (dalla riga), e un'altra di meno: poiché le privazioni non hanno gradazioni. Dunque tutti i peccati sono uguali.
3. I peccati si contrappongono alle virtù. Ma, a dire di Cicerone, tutte le virtù sono uguali. Quindi anche i peccati sono tutti uguali.

IN CONTRARIO: Il Signore disse a Pilato: "Chi mi ha consegnato a te ha un peccato più grave". Ora, è evidente che Pilato commise un peccato. Dunque un peccato può essere più grave di un altro.

RISPONDO: Gli Stoici, e Cicerone con essi, ritenevano che tutti i peccati fossero uguali. Di qui è derivato anche l'errore di certi eretici, i quali, persuasi dell'uguaglianza di tutti i peccati, affermano che le pene dell'inferno sono tutte uguali. Per quanto si può arguire dalle parole di Cicerone, gli Stoici si erano lasciati smuovere dal fatto che consideravano il peccato solo come privazione, cioè come dissonanza dalla ragione; perciò ritenendo per verità assoluta che una privazione non ammette gradazioni, conclusero che tutti i peccati sono uguali.
Ma se uno riflette bene, si accorge che ci sono due tipi di privazione. Infatti esiste una privazione pura e semplice che consiste in una distruzione già avvenuta: tale, p. es., è la morte, privazione di vita; e tali sono le tenebre, privazione di luce. Codeste privazioni non ammettono gradazioni: poiché non rimane nulla della disposizione precedente. Cosicché uno non è meno morto il primo, il terzo o il quarto giorno dalla morte, che dopo un anno, quando il cadavere è decomposto. Così non è più al buio una casa, quando la lucerna è coperta da molti veli, che quando è coperta da un velo soltanto che para totalmente la luce.
Esiste invece una seconda privazione, la quale non è assoluta, ma conserva qualche cosa della disposizione contraria; e questa privazione consiste in un processo distruttivo, più che in una distruzione compiuta. È questo il caso della malattia, la quale toglie la debita proporzione degli umori, in modo però da lasciarne qualche cosa, altrimenti l'animale non rimarrebbe vivo. Lo stesso si dica della bruttezza, e di altre cose del genere. Ebbene, codeste privazioni ammettono gradazioni, basate su ciò che rimane della disposizione contraria. Infatti non è indifferente per la malattia, o per la bruttezza, che sia maggiore o minore la distanza dalla giusta proporzione degli umori, o delle varie membra. Lo stesso si dica dei vizi e dei peccati: infatti in essi la privazione dell'accordo con la ragione non è totale; altrimenti, come dice Aristotele, "se il male fosse integro, o assoluto, distruggerebbe se stesso". Infatti, se non restasse qualche cosa dell'ordine della ragione, non potrebbe rimanere la sostanza dell'atto, ossia la disposizione affettiva di chi lo compie. Perciò sulla gravità del peccato incide molto la discordanza maggiore o minore dalla rettitudine della ragione. E quindi si deve concludere che i peccati non sono tutti uguali.

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Non è lecito commettere i peccati, per il disordine che essi includono. Perciò quei peccati che implicano maggior disordine sono più illeciti; e quindi anche più gravi.
2. L'argomento parte dal peccato, come se fosse pura privazione.
3. In un dato soggetto le virtù sono proporzionalmente uguali: però l'una precede l'altra in dignità, secondo la propria specie; così pure, secondo le spiegazioni date, un uomo può essere più virtuoso dell'altro in una data virtù. - Del resto, anche se le virtù fossero tutte uguali, non ne seguirebbe l'uguaglianza dei vizi: poiché le virtù, a differenza dei vizi, o peccati, sono connesse tra loro.





ARTICOLO 3





Se la gravità del peccato si misuri dall'oggetto


SEMBRA che la gravità dei peccati non si misuri dall'oggetto. Infatti:
1. La gravità di un peccato riguarda la qualità o il modo del peccato medesimo. L'oggetto invece costituisce la materia del peccato. Dunque la gravità dei peccati non dipende dalla diversità di oggetto.
2. La gravità di un peccato non è che l'intensità della sua malizia. Ora, la malizia di un peccato non si desume dalla conversione verso il proprio oggetto, che è sempre un bene desiderabile; ma dalla sua aversione (da Dio). Quindi la gravità dei peccati non si misura dalla diversità del loro oggetto.
3. La diversità di oggetto produce una diversità di genere tra i peccati. Ma cose di generi diversi, come Aristotele dimostra, non sono comparabili tra loro. Dunque un peccato non può essere più grave di un altro secondo la diversità dell'oggetto.

IN CONTRARIO: Come abbiamo visto in precedenza, i peccati ricevono la loro specie dall'oggetto. Ora, certi peccati sono per la loro specie l'uno più grave dell'altro, l'omicidio, p. es., è così più grave del furto. Dunque la gravità dei peccati si misura dall'oggetto.

RISPONDO: Secondo le spiegazioni date, la gravità dei peccati varia in modo analogo alla gravità delle malattie: infatti il bene della salute consiste in una proporzione tra gli umori in rapporto alla natura di un animale, così il bene della virtù consiste in una proporzione dell'atto umano in rapporto alla regola della ragione. Ora, è evidente che una malattia è tanto più grave, quanto più è compromessa la giusta proporzione degli umori, connessa col disturbo di organi superiori: la malattia, p. es., che nel corpo umano proviene dal cuore, organo principale della vita, o da altri organi vicini al cuore, è più pericolosa. Perciò è necessario che un peccato sia tanto più grave, quanto più alto nell'ordine di ragione è il principio che il suo disordine colpisce.
Orbene, in campo pratico la ragione ordina ogni cosa al fine. Perciò negli atti umani tanto è più grave il peccato, quanto più alto è il fine da esso frustrato. Ma stando a quanto abbiamo già detto, gli oggetti sono precisamente i fini dei nostri atti. Perciò la gravità dei peccati si misura sulla diversità degli oggetti. Per portare un esempio: le cose sono ordinate all'uomo come a loro fine; l'uomo, a sua volta, è ordinato a Dio. Quindi un peccato che colpisce direttamente l'uomo, l'omicidio, p. es., è più grave di un peccato che, come il furto, colpisce le cose o i beni esterni; ed è ancora più grave un peccato commesso direttamente contro Dio, come il rinnegare la fede, la bestemmia e simili. Nell'ambito poi di ciascuna categoria di peccati, un peccato è più grave dell'altro secondo l'importanza di ciò che esso colpisce. E siccome i peccati ricevono la specie dall'oggetto, la graduatoria fondata sull'oggetto è la prima ed è la principale, connessa immediatamente con la specie.

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Secondo le spiegazioni date, l'oggetto, pur essendo la materia (circa quam) cui l'atto si dedica, ha tuttavia ragione di fine, richiamando su di sé l'intenzione dell'agente. E, come abbiamo visto, la forma dell'atto morale dipende dal fine.
2. L'aversione dal bene incommutabile, che costituisce la malizia di un atto, deriva direttamente dall'indebita conversione verso un bene transitorio. Perciò la diversa gravità di malizia deriva nei peccati dalla diversità di quanto riguarda la conversione.
3. Tutti gli oggetti degli atti umani sono connessi tra loro: perciò gli atti umani appartengono tutti in qualche modo a un unico genere, in quanto sono ordinati a un unico fine. Perciò niente impedisce che tutti i peccati siano comparabili tra loro.





ARTICOLO 4





Se la gravità dei peccati si misuri secondo l'importanza delle virtù contrarie


SEMBRA che la gravità dei peccati non si misuri secondo l'importanza delle virtù contrarie. Infatti:
1. Sta scritto: "In somma giustizia, somma virtù". Ora, il Signore dice che una giustizia superiore esclude l'ira, che è un peccato più piccolo dell'omicidio, escluso invece da una giustizia minore. Perciò alla virtù più grande si contrappone il peccato più piccolo.
2. Aristotele insegna, che "la virtù ha di mira il difficile e il bene": dal che è evidente che una virtù superiore riguarda cose più difficili. Ma se un uomo manca nelle cose più difficili, il peccato è minore che se mancasse in quelle più facili. Dunque a una virtù superiore si contrappone un peccato più piccolo.
3. Come dice S. Paolo, la carità è una virtù più grande della fede e della speranza. Ora, l'odio che è contro la carità, è un peccato minore dell'infedeltà o della disperazione, che sono contro la fede e la speranza. Dunque a una virtù superiore si contrappone un peccato più leggero.

IN CONTRARIO: Secondo il Filosofo, "il pessimo è il contrario dell'ottimo". Ora, in campo morale l'ottimo è la virtù più grande, mentre il pessimo il più grave peccato. Quindi alla virtù più grande si contrappone il peccato più grave.

RISPONDO: Un peccato si contrappone alla virtù in vari modi. Primo, in maniera diretta e principale, in quanto si riferisce al medesimo oggetto: infatti i contrari riguardano la stessa materia. E in questo senso a una virtù superiore deve corrispondere un peccato più grave. Infatti dall'oggetto non si desume soltanto una maggiore gravità nel peccato, ma anche una maggiore nobiltà della virtù: poiché, come abbiamo spiegato, l'uno e l'altra ricevono la specie dall'oggetto. Perciò è necessario che alla virtù più sublime si contrapponga direttamente il più grave peccato, come il termine più distante nel medesimo genere.
Secondo, l'opposizione tra peccato e virtù si può considerare in base all'efficacia repressiva di quest'ultima nei riguardi della colpa: e allora quanto maggiore è la virtù, tanto più l'uomo si allontana dal peccato contrario, così da reprimere non solo il peccato, ma anche quei moti che inducono ad esso. E in questo senso è evidente che quanto più grande è la virtù, tanto più la repressione si estende ai peccati più piccoli: allo stesso modo, cioè, della salute, la quale più è perfettà, più esclude discrasie minori. E in questo senso a una virtù più grande si contrappone negli effetti un peccato più piccolo.

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Codesta difficoltà considera l'opposizione fondata sulla repressione del peccato: in tal senso una giustizia superiore reprime anche i peccati più piccoli.
2. A una virtù superiore, impegnata in cose più difficili, direttamente si contrappone il peccato riguardante un male di maggiore difficoltà. Infatti in entrambi i casi c'è una certa eminenza nel fatto che la volontà si mostra particolarmente proclive al bene o al male, non lasciandosi vincere dalla difficoltà.
3. Per carità non s'intende qualsiasi amore, ma l'amor di Dio. Perciò ad essa non si contrappone direttamente un odio qualsiasi, ma l'odio di Dio, che è il più grave dei peccati.





ARTICOLO 5





Se i peccati carnali siano meno gravi di quelli spirituali


SEMBRA che i peccati carnali non siano meno gravi di quelli spirituali. Infatti:
1. L'adulterio è un peccato più grave del furto; poiché sta scritto: "Non è gran colpa se uno ha rubato. Ma l'adultero, per la sua insensataggine, perderà la sua anima". Ora, mentre il furto appartiene all'avarizia, che è un peccato spirituale, l'adulterio appartiene alla lussuria, che è un peccato carnale. Dunque i peccati carnali implicano una colpa più grave.
2. S. Agostino afferma che il demonio gode specialmente dei peccati di lussuria e di idolatria. Ora, egli gode di più delle colpe più gravi. Quindi, dato che la lussuria è un peccato carnale, è chiaro che i peccati più gravi son quelli carnali.
3. Il Filosofo dimostra, che "l'intemperanza è più vergognosa nella concupiscenza che nell'ira". Ma l'ira, stando a S. Gregorio, è tra i peccati spirituali; mentre la concupiscenza è tra i peccati carnali. Perciò un peccato carnale è più grave di un peccato spirituale.

IN CONTRARIO: S. Gregorio afferma che i peccati carnali sono di minor colpa, ma di maggiore infamia.

RISPONDO: I peccati spirituali sono più gravi di quelli carnali. Però questa affermazione non va intesa nel senso che qualunque peccato spirituale sia più grave di qualsiasi peccato carnale; ma nel senso che, a parità di condizioni, considerando questa sola differenza, i peccati spirituali sono più gravi degli altri. Di questo fatto possiamo indicare tre ragioni. La prima si può desumere dal subietto. Infatti i peccati spirituali risiedono nello spirito, al quale spetta la conversione a Dio, o l'aversione da lui: invece i peccati carnali si attuano nei piaceri dell'appetito carnale, al quale spetta principalmente l'adesione al bene materiale. Perciò di suo il peccato carnale accentua di più l'aspetto di conversione, e quindi di maggiore adesione: mentre il peccato spirituale accentua maggiormente l'aspetto di aversione, da cui deriva la ragione di colpa. Dunque un peccato spirituale di suo implica una colpa più grave.
La seconda ragione si può desumere dal soggetto contro il quale si pecca. Infatti il peccato carnale di per sé è diretto contro il proprio corpo, il quale, secondo l'ordine della carità, deve essere amato meno di Dio e del prossimo, contro i quali si pecca con i peccati spirituali. Perciò i peccati spirituali di suo sono più gravi.
La terza ragione si può desumere dall'impulso (che trascina al peccato). Come spiegheremo nell'articolo seguente, più forte è l'impulso verso la colpa, meno grave è il peccato. Ora, i peccati carnali hanno un impulso più forte, che è la stessa concupiscenza della carne, innata in noi. Quindi i peccati spirituali sono, come tali, di maggiore gravità.

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. L'adulterio non appartiene soltanto al peccato di lussuria, ma anche al peccato di ingiustizia. E sotto tale aspetto si può ridurre all'avarizia, come fa la Glossa nel commentare quel passo paolino: "Ogni adultero, o impudico, o avaro...". E in tal senso l'adulterio è più grave del furto, nella misura in cui per un uomo è più cara la moglie che gli averi.
2. Si dice che il demonio gode soprattutto dei peccati di lussuria, per la fortissima adesione che provocano, e che l'uomo difficilmente riesce poi a superare; poiché, a dire del Filosofo, "l'appetito dei piaceri è insanabile".
3. Il Filosofo scrive che l'intemperanza nella concupiscenza è più vergognosa che nell'ira, perché la prima è più lontana dalla ragione. E in questo senso egli aggiunge che i peccati di intemperanza sono i più riprovevoli, perché hanno per oggetto quei piaceri che abbiamo in comune con le bestie, cosicché l'uomo con codesti peccati diviene in qualche modo bestiale. Perciò dice bene S. Gregorio, che essi sono di maggior infamia.





ARTICOLO 6





Se la gravità dei peccati si misuri dalla loro causa


SEMBRA che la gravità dei peccati non si misuri dalla loro causa. Infatti:
1. Tanto maggiore è la causa del peccato, tanto più fortemente spinge a peccare, e quindi più difficile è la resistenza. Ma il peccato diminuisce se la resistenza è più difficile: infatti la difficoltà a resistere si deve alla fragilità di chi pecca; e i peccati di fragilità sono giudicati più leggeri. Dunque i peccati per la gravità non dipendono dalla loro causa.
2. La concupiscenza è una delle cause generali del peccato; tanto è vero che la Glossa così commenta quel testo paolino, "Non avrei conosciuto la concupiscenza": "Buona è la legge, la quale, col proibire la concupiscenza, proibisce ogni male". Ma quanto maggiore è la concupiscenza, da cui un uomo è superato, tanto il peccato è minore. Quindi la gravità del peccato diminuisce col crescere della sua causa.
3. Come la rettitudine della ragione è causa dell'atto virtuoso, così la sua mancanza è causa del peccato. Ora, più è grave la mancanza di razionalità, e più diminuisce il peccato: fino al punto che l'assenza totale dell'uso di ragione scusa completamente dal peccato; e il peccato d'ignoranza è un peccato più leggero. Dunque la gravità dei peccati non si misura dalla grandezza della loro causa.

IN CONTRARIO: Aumentando la causa, aumenta l'effetto. Perciò, se la causa del peccato è superiore, il peccato è più grave.

RISPONDO: Nel peccato, come in qualsiasi altro genere di cose si possono considerare due tipi di cause. La prima ne è la causa diretta, ed è la volontà di peccare; essa sta all'atto del peccato come l'albero sta ai suoi frutti, secondo l'espressione della Glossa a commento di quel detto evangelico: "Non può un albero buono dar frutti cattivi". E codesta causa quanto più cresce, tanto più grave diviene il peccato: poiché quanto maggiore è la volontà nel peccato, tanto l'uomo più gravemente pecca.
Le altre cause del peccato, invece, sono come estrinseche e remote, sono cioè motivi che sollecitano la volontà a peccare. E tra queste bisogna distinguere. Alcune inducono la volontà a peccare, seguendo la natura stessa della volontà: tale è il fine, p. es., oggetto proprio della volontà. Ebbene, codeste cause aggravano il peccato: infatti chi ha la volontà inclinata a peccare, per l'intenzione di un fine peggiore, pecca più gravemente. - Altre invece inclinano la volontà a peccare fuori della natura e dell'ordine della volontà medesima, la quale è fatta per muoversi liberamente da sé, secondo il giudizio della ragione. Perciò le cause che compromettono il giudizio della ragione, come l'ignoranza, o che riducono la libertà di movimento della volontà, come la fragilità, la violenza, il timore o altre cose del genere, diminuiscono il peccato, come diminuiscono la volontarietà: fino al punto che se l'atto è del tutto involontario, non è peccato.

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Codesta obiezione si fonda su una causa movente estrinseca, che diminuisce la volontarietà; e il crescere di codesta causa, come abbiamo detto, riduce il peccato.
2. Se nel termine concupiscenza s'include anche il moto della volontà, allora quando c'è una maggiore concupiscenza, c'è anche un più grave peccato. Se invece per concupiscenza s'intende la passione, cioè il moto del concupiscibile, allora una maggiore concupiscenza che precedesse il giudizio della ragione e il moto della volontà diminuirebbe il peccato: poiché chi pecca sotto lo stimolo di una maggiore concupiscenza cade per una tentazione più grave; e quindi è meno colpevole. Se invece questa concupiscenza è conseguente al giudizio della ragione e al moto della volontà, allora una maggiore concupiscenza è anche un peccato più grave: poiché talora il moto della concupiscenza insorge più forte, per il fatto che la volontà tende senza freno verso il proprio oggetto.
3. Il terzo argomento si fonda su una causa che produce l'involontarietà: e questa, come abbiamo detto, diminuisce il peccato.





ARTICOLO 7





Se le circostanze possano aggravare il peccato


SEMBRA che le circostante non possano aggravare il peccato. Infatti:
1. Il peccato deve la sua gravità alla propria specie. Ora, le circostanze non danno la specie al peccato, essendo semplici accidenti di esso. Dunque la gravità di un peccato non può dipendere dalle circostanze.
2. Una circostanza o è cattiva, o non lo è. Se è cattiva, già di per sé stessa produce la specie dell'atto cattivo; se poi non è cattiva, non ha elementi per aggravare il male. Perciò in nessun caso una circostanza può aggravare un peccato.
3. La malizia del peccato si misura dall'aversione. Ora, le circostanze accompagnano il peccato in quanto conversione (alle creature). Dunque esse non accrescono la malizia del peccato.

IN CONTRARIO: L'ignoranza di alcune circostanze diminuisce il peccato: infatti, come Aristotele insegna, chi pecca ignorando le circostanze merita perdono. Ma questo non sarebbe vero, se le circostanze non aggravassero il peccato. Quindi le circostanze aggravano il peccato.

RISPONDO: Come insegna il Filosofo a proposito delle virtù, la causa dell'aumento è identica a quella della produzione di una cosa. Ora, è evidente che il peccato può essere prodotto da qualche circostanza difettosa: infatti, dal momento che uno nell'agire non rispetta le debite circostanze, si scosta dall'ordine della ragione. È chiaro, quindi, che il peccato può essere aggravato dalle circostanze.
E questo può avvenire in tre modi. Primo, in quanto una circostanza fa cambiare il genere del peccato. Il peccato di fornicazione, p. es., consiste nel fatto che un uomo si avvicina a una donna che non è sua; ma se si aggiunge la circostanza che la donna cui si avvicina è moglie di un altro, si passa a un altro genere di peccato, cioè si passa a un'ingiustizia, poiché viene a usurpare una cosa altrui. Perciò l'adulterio è un peccato più grave della fornicazione.
Secondo, altre volte le circostanze aggravano il peccato, non perché ne cambiano il genere, ma perché ne moltiplicano gli aspetti peccaminosi. Se il prodigo, p. es., dà quando non deve e a chi non deve dare, pecca in più modi nel medesimo genere di peccato, che se desse soltanto a chi deve. Per questo il peccato diviene più grave: come è più grave una malattia che colpisce più parti del corpo. Perciò Cicerone afferma, che "nel parricidio si commettono molti peccati: si uccide chi ci ha procreati, chi ci diede il sostentamento, chi ci educò, chi ci diede un posto nella patria e nello stato".
Terzo, una circostanza può aggravare il peccato, accrescendo il disordine proveniente da un'altra circostanza. Prendere la roba altrui, p. es., costituisce peccato di furto: ma se si aggiunge la circostanza che si tratta di una grande quantità, il peccato è più grave; sebbene il prendere di più o di meno di suo non sia né bene né male.

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Come fu spiegato in precedenza, ci sono anche delle circostanze che danno la specie all'atto morale. Del resto anche le circostanze che non danno la specie possono aggravare il peccato. Poiché, come la bontà di una cosa non si misura soltanto dalla sua specie, ma anche dagli accidenti; così la cattiveria di un atto non si misura soltanto dalla specie, ma anche dalle circostanze.
2. Una circostanza può aggravare il peccato in tutti e due i modi. Se è cattiva, non è detto che debba sempre costituire la specie del peccato: infatti, come abbiamo visto, può accrescerne la malizia nell'ambito di una data specie. E se non è cattiva, può aggravare il peccato, aggravando la malizia di un'altra circostanza.
3. La ragione deve ordinare l'atto, non solo rispettivamente all'oggetto, ma in tutte le sue circostanze. Perciò il disprezzo di una qualsiasi circostanza, agire, p. es., quando o dove non si deve, produce un'aversione dalla regola della ragione. E codesta aversione basta a costituire un peccato. Ad essa segue l'aversione da Dio, cui l'uomo è tenuto ad aderire mediante la retta ragione.





ARTICOLO 8





Se la gravità del peccato dipenda dalla gravità del danno arrecato


SEMBRA che la gravità di un peccato non dipenda dalla gravità del danno arrecato. Infatti:
1. Il danno è un evento successivo all'atto del peccato. Ma un evento successivo, come sopra abbiamo detto, non aggiunge bontà o malizia ad un atto. Perciò un peccato non è più grave per un maggiore nocumento.
2. Il danno, o nocumento si ha specialmente nei peccati contro il prossimo: poiché nessuno vuol nuocere a se stesso; d'altra parte, come insegna la Scrittura, nessuno può nuocere a Dio: "Se moltiplichi i tuoi delitti, che fai contro di lui? All'uomo, qual sei tu, nuocerà la tua empietà". Perciò, se il peccato si aggravasse col crescere del danno, ne seguirebbe che un peccato contro il prossimo sarebbe più grave di un peccato contro Dio, o contro se stessi.
3. È più grave il danno della privazione della grazia, che quello della privazione della vita naturale: poiché la vita di grazia è tanto superiore a quella naturale, che un uomo deve disprezzare quest'ultima per non perdere la vita di grazia. Ora, chi induce una donna alla fornicazione, per parte sua la priva della vita di grazia, trattandosi di un peccato mortale. Perciò se il peccato misurasse dal danno la propria gravità, ne seguirebbe che un semplice fornicatore commette un peccato più grave dell'omicida: il che è falso in maniera evidente. Perciò la gravità del peccato non si misura dalla gravità del nocumento.

IN CONTRARIO: Scrive S. Agostino: "Siccome il vizio è contrario alla natura, tanto cresce la cattiveria dei vizi, quanto essi diminuiscono l'integrità della natura". Ora, la minorazione dell'integrità della natura è un danno. Dunque la gravità del peccato corrisponde a quella del nocumento.

RISPONDO: Il nocumento può avere tre rapporti col peccato. Talora il danno che proviene dal peccato è previsto e cercato: quando, p. es., uno agisce con l'intenzione di nuocere, come fa l'omicida ed il ladro. E allora la gravità del danno incide direttamente sulla gravità del peccato: poiché in tal caso il nocumento è oggetto diretto del peccato.
Talora invece il danno è previsto ma non cercato: quando uno, p. es., attraversando un campo, per andare più lesto a fornicare, fa scientemente un danno ai seminati, però senza l'intenzione di nuocere. Anche in questo caso la gravità del danno aggrava il peccato, ma in modo indiretto: poiché il fatto che uno non si astenga dal provocare a se stesso, o ad altri, un danno che di suo non vorrebbe, deriva da una volontà molto incline al peccato.
Talora finalmente, il danno non è né previsto né cercato. In questo caso, se il danno ha un rapporto accidentale col peccato, non l'aggrava direttamente: ma, per la negligenza nel considerare gli eventuali danni, il male preterintenzionale viene imputato a un uomo come pena, qualora l'azione da lui intrapresa fosse illecita. - Se invece il danno segue di suo dall'atto peccaminoso, sebbene non sia né voluto né previsto, aggrava direttamente il peccato: poiché tutti gli elementi che di suo accompagnano il peccato appartengono in qualche modo alla specie stessa del peccato. Se uno, p. es., commette una fornicazione pubblica, ne segue lo scandalo di molti; e questo, sebbene egli non lo cerchi e forse neppure lo preveda, aggrava direttamente il suo peccato.
È diverso però il caso del danno penale, che incorre chi pecca. Codesto danno infatti, se è occasionale, non essendo né previsto né cercato, non aggrava il peccato, e neppure rivela una maggiore malizia: è il caso di chi, p. es., correndo per uccidere, inciampa e si ferisce un piede. - Se invece codesto danno è legato direttamente all'atto del peccato, senza essere né previsto né cercato, col suo aggravarsi non rende più grave il peccato; anzi avviene il contrario: un peccato più grave produce un danno maggiore. Un infedele, p. es., il quale ignora le pene dell'inferno, soffrirà all'inferno una pena più grave per un peccato di omicidio che per un peccato di furto: poiché il fatto di non aver cercato o previsto la pena, non incide sul peccato (come capita invece per un cristiano, il quale pecca più gravemente col disprezzare le pene più gravi, pur di sfogare la volontà di peccare); ma la suddetta gravità del danno è prodotta unicamente dalla gravità del peccato.

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Come abbiamo spiegato anche nelle questioni precedenti, trattando della bontà e della malizia degli atti esterni, gli eventi successivi, se previsti e cercati, accrescono la bontà o la malizia dell'atto.
2. È vero che il nocumento aggrava il peccato, ma non è detto che il peccato sia aggravato dal solo nocumento; anzi il peccato per sé è più grave per il suo disordine, come abbiamo già notato. Cosicché il danno stesso aggrava il peccato, in quanto rende l'atto più disordinato. Perciò, dal fatto che il danno si ha specialmente nei peccati contro il prossimo, non segue che codesti peccati siano i più gravi; poiché nei peccati contro Dio, e in certi peccati contro se stessi, il disordine è molto maggiore. - Ma si potrebbe anche rispondere che, sebbene nessuno possa nuocere a Dio in se stesso, si può attentare tuttavia alle cose di Dio, estirpando la fede, p. es., o violando le cose sacre, che sono peccati gravissimi. E anche a se stesso uno può infliggere scientemente e volontariamente del danno, com'è evidente nel caso dei suicidi: sebbene in definitiva essi cerchino nel suicidio un bene apparente, cioè la liberazione da una data angustia.
3. L'argomento addotto non vale, per due motivi. Primo, perché mentre l'omicida cerca direttamente il danno del prossimo, il fornicatore che seduce una donna non cerca il danno, ma il piacere. - Secondo, perché mentre l'omicida è causa efficace e diretta della morte corporale, nessuno può essere direttamente la causa efficace della morte spirituale di un altro: poiché nessuno muore spiritualmente, se non peccando di propria volontà.





ARTICOLO 9





Se la condizione della persona contro la quale si pecca possa aggravare il peccato


SEMBRA che la condizione della persona contro la quale si pecca non possa aggravare il peccato. Infatti:
1. Se così fosse, il peccato più grave sarebbe quello commesso contro un uomo giusto e santo. Invece per questo il peccato non viene ad aggravarsi: poiché per un'ingiuria subita riceve meno danno un uomo virtuoso, il quale la sopporta con pazienza, che gli altri i quali ne sono danneggiati perché interiormente si scandalizzano. Dunque la condizione della persona contro la quale si pecca non aggrava il peccato.
2. Se la condizione delle persone aggravasse il peccato, ciò avverrebbe specialmente per l'affinità; poiché, come si esprime Cicerone, "uccidendo uno schiavo si commette un peccato solo, col parricidio se ne commettono molti". Ma l'affinità della persona contro cui si pecca non sembra aggravare il peccato: poiché sta il fatto che la massima affinità uno l'ha con se stesso, eppure pecca meno chi infligge un danno a se stesso che chi lo infligge ad un altro; per stare all'esempio del Filosofo, è meno grave uccidere il proprio cavallo che quello di un altro. Dunque l'affinità della persona (offesa) non aggrava il peccato.
3. La condizione della persona che pecca aggrava il peccato specialmente per la sua dignità, o per la sua scienza, in base al detto della Scrittura: "I potenti saranno potentemente puniti"; "Il servo che ha conosciuto la volontà del padrone, e non ha fatto nulla sarà aspramente battuto". Per lo stesso motivo, il peccato viene ad aggravarsi rispetto alla persona contro la quale si pecca, specialmente per la dignità, o la scienza di essa. Ora, non sembra che sia un peccato più grave fare del male a una persona più ricca o più potente, piuttosto che a un povero: poiché "non vi è accettazione di persone presso Dio", a giudizio del quale va misurata la gravità del peccato. Perciò la condizione della persona contro la quale si pecca non aggrava il peccato.

IN CONTRARIO: Nella Sacra Scrittura viene rimproverato in modo speciale il peccato che si commette contro i servi di Dio: "Hanno distrutto i tuoi altari, e hanno ucciso a colpi di spada i tuoi profeti". Altro rimprovero speciale si ha per i peccati commessi contro le persone di casa: "Il figlio fa oltraggio al padre, e la figlia insorge contro la madre". E finalmente per il peccato che si commette contro le persone costituite in dignità: "Colui che dice al re: Indegno; che verso i principi esclama: O empi". Dunque la condizione della persona contro la quale si pecca aggrava il peccato.

RISPONDO: La persona contro la quale si pecca è in qualche modo l'oggetto del peccato. Ora, sopra abbiamo spiegato che la prima gravità della colpa si desume dall'oggetto. Quindi la gravità del peccato è tanto maggiore, quanto il suo oggetto si riferisce a un fine più alto. Ora, i fini principali degli atti umani sono: Dio, l'uomo stesso (che agisce), e il prossimo; poiché tutto quello che facciamo lo facciamo per qualcuno di questi; sebbene ci sia una subordinazione anche tra loro. Di conseguenza possiamo considerare, in relazione a questi tre fini, la maggiore o minore gravità del peccato secondo la condizione della persona contro la quale si pecca. Prima di tutto in rapporto a Dio, al quale l'uomo è tanto più unito, quanto più è virtuoso, o a lui più consacrato. Perciò un'ingiustizia contro codeste persone ricade su Dio stesso, come egli disse al Profeta Zaccaria: "Chi tocca voi, tocca la pupilla dei miei occhi". Quindi il peccato si aggrava per il fatto che si commette contro una persona più unita a Dio, o per la sua virtù, o per l'ufficio che esercita.
È evidente, poi, che in rapporto a se stessi si pecca tanto gravemente, quanto la persona oltraggiata è a noi più unita, o per vincoli naturali, o per i benefici ricevuti, o per qualsiasi altro legame; poiché si colpisce di più se medesimi, e quindi si pecca tanto più gravemente, secondo il detto dell'Ecclesiastico: "Chi è duro con sé, con chi sarà egli buono?".
Riguardo al prossimo, finalmente, tanto più grave è il peccato, quanto più numerose sono le persone. Ecco perché il peccato che colpisce una persona pubblica, sia essa re o principe, la quale impersona tutto un popolo, è più grave del peccato che si commette contro una persona privata; di qui il monito speciale della Scrittura: "Non maledirai un principe del tuo popolo". Parimente è più grave un'ingiuria commessa contro una persona celebre, per l'estensione dello scandalo e del turbamento che ne deriva.

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Chi fa ingiuria a un uomo virtuoso, per parte sua lo turba interiormente ed esternamente. Che poi questi non si turbi interiormente dipende dalla propria bontà, la quale non diminuisce il peccato di chi l'ingiuria.
2. Il danno che uno infligge a se stesso in cose soggette al dominio della propria volontà, negli averi, p. es., è meno peccaminoso di quello inflitto ad un altro: perché lo fa spontaneamente. Ma in cose che non sono soggette al proprio dominio, ossia nei beni naturali e spirituali, è peccato più grave infliggere un danno a se stessi che agli altri: infatti chi uccide se stesso fa un peccato più grave di chi uccide un altro. Ora, siccome gli averi del nostro prossimo non sono soggetti al dominio della nostra volontà, l'argomento non vale per sostenere che il danno arrecato a codesti averi è un peccato più piccolo; a meno che gli interessati non siano consenzienti o condiscendenti.
3. Dio non fa accettazione di persone, se punisce più gravemente chi pecca contro le persone più in vista: poiché ciò dipende dal danno arrecato a un maggior numero di persone.





ARTICOLO 10





Se il valore della persona che pecca aggravi il peccato


SEMBRA che il valore della persona che pecca non aggravi il peccato. Infatti:
1. L'uomo acquista importanza specialmente con la sua adesione a Dio, secondo il detto dell'Ecclesiastico: "Quanto è grande colui che ha trovato la sapienza e il sapere. Ma non è da più di chi teme il Signore". Ora, quanto più uno aderisce a Dio, tanto meno le cose gli sono imputate a peccato; poiché stà scritto: "Il Signore nella sua bontà userà misericordia verso tutti coloro che con tutto il cuore cercano il Signore Dio dei padri loro, e non imputerà ad essi di non essersi sufficientemente santificati". Dunque il peccato non viene ad aggravarsi per l'importanza di chi pecca.
2. Come dice S. Paolo, "in Dio non vi è accettazione di persone". Perciò egli non punisce diversamente due persone per l'identico peccato. Dunque il peccato non si aggrava per l'importanza della persona che lo commette.
3. Uno non deve ricevere un danno dalla propria bontà. Ma il danno ci sarebbe se le azioni gli venissero imputate maggiormente a colpa. Quindi non si aggrava la colpa per il valore della persona che pecca.

IN CONTRARIO: S. Isidoro ha scritto: "Tanto maggiore si considera il peccato, quanto maggiore è stimato chi pecca".

RISPONDO: Il peccato può essere di due generi. C'è un peccato che capita di sorpresa, dovuto alla fragilità dell'umana natura: e codesto peccato viene imputato di meno a chi è più virtuoso, perché costui è più zelante nel reprimere gli atti, che però l'umana fragilità non permette di eliminare del tutto. - E ci sono altri peccati, che invece derivano da una deliberazione. E codesti peccati sono imputati a ciascuno in proporzione del proprio valore.
E ciò si può giustificare per quattro motivi. Primo, perché chi sta più in alto nella scienza e nella virtù può resistere più facilmente al peccato. Di qui le parole del Signore: "Il servo che ha conosciuto la volontà del padrone, e non ha fatto nulla, sarà aspramente battuto". - Secondo, per l'ingratitudine: poiché ogni bene di cui uno viene dotato è un beneficio di quel Dio, che il peccato colpisce con l'ingratitudine. E da questo lato, qualsiasi superiorità, anche nei beni temporali, aggrava il peccato, secondo le parole della Scrittura: "I potenti saranno potentemente puniti". - Terzo, per la speciale ripugnanza dell'atto peccaminoso alla dignità della persona: ripugna, p. es., che il principe, messo a tutela della giustizia, ne violi le norme; e che il sacerdote, il quale fa voto di castità, commetta una fornicazione. - Quarto, per il cattivo esempio, o scandalo; poiché, come si esprime S. Gregorio, "la colpa si estende vigorosamente come esempio, quando chi pecca è onorato per il decoro del suo grado". Inoltre i peccati delle persone importanti vengono conosciuti da un maggior numero di persone; e la gente ne è maggiormente sdegnata.

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ:
1. Quel testo parla di quelle negligenze che si commettono come di sorpresa, per la fragilità umana.
2. Dio non fa accettazione di persone nel punire di più le persone superiori, poiché la loro superiorità, come abbiamo spiegato, incide sulla gravità dei peccati.
3. Una persona importante non riceve un danno dal bene che possiede, ma dal cattivo uso che ne fa.

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fonte:
Summa Theologiae (Somma Teologica), I-II, q. 73 - San Tommaso d'Aquino














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"[...] Non abbiate paura!
APRITE, anzi, SPALANCATE le PORTE A CRISTO!
Alla sua salvatrice potestà aprite i confini degli Stati, i sistemi economici come quelli politici, i vasti campi di cultura, di civiltà, di sviluppo.
Non abbiate paura!
Cristo sa "cosa è dentro l’uomo". Solo lui lo sa!
Oggi così spesso l’uomo non sa cosa si porta dentro,
nel profondo del suo animo, del suo cuore.
Così spesso è incerto del senso della sua vita su questa terra.
È invaso dal dubbio che si tramuta in disperazione.
Permettete, quindi – vi prego, vi imploro con umiltà e con fiducia – permettete a Cristo di parlare all’uomo.
Solo lui ha parole di vita, sì! di vita eterna. [...]"


Papa Giovanni Paolo II
(estratto dell'omelia pronunciata domenica 22 ottobre 1978)



 
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