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BIOETICA E MASS MEDIA







È un dato di fatto che i mezzi di comunicazione parlano spesso di temi come l'aborto, l'Eutanasia, la riproduzione assistita, i trapianti di organi, etc.
Ne parlano perché sono problemi importanti per gli individui e per la società.

Ne parlano anche perché il pubblico dimostra di interessarsi vivamente ad essi.
Infatti, i problemi affrontati dalla bioetica hanno a che fare con la vita, la morte, la salute, la scienza, il futuro dell’umanità.

È interessante notare che mentre si dice che nel secolo quarto il popolo discuteva sulla santissima trinità, poi si è detto che si interessa soltanto di calcio o di moda.

Oggi però vediamo anche accese discussioni nei bar, come in televisione, su eutanasia, fecondazione assistita, clonazione, ecc.
I media si interessano anche dei temi di bioetica perché è facile presentarli
con un pizzico di morbosità, più o meno nascosta, che attira l'attenzione dei più distratti.

Insomma, la bioetica si “vende” facilmente.

Basta tenere presente le condizioni studiate dai giornalisti per poter considerare qualche cosa come «notizia»:
- novità: spesso si tratta di nuove conquiste scientifiche, di nuove leggi, di situazioni nuove, ecc.
- rilievo: importanza del fatto, del personaggio, ecc. Il rilievo è soprattutto del fatto e delle sue implicazioni.
- interesse umano: cose che toccano valori in quanto essere umani: qui si tratta di malattia, salute, vita e morte...
- prossimità: ciò che è vicino, della propria città, ecc.
Questo elemento è spesso assente:
si può trattare anche da persone o fatti lontani geograficamente;
se sono più vicini a noi aumenta l’interesse.

Ora, è chiaro che l'influenza dei mass media, ormai studiata in modo più che sufficiente.
Dal punto di vista psicologico e sociologico, gioca un ruolo importante nella configurazione della visione e comprensione del grande pubblico riguardo a queste tematiche.
Anzi, trattandosi in buona parte di problematiche nuove, e dunque non studiate sistematicamente negli anni di formazione scolastica, l'unica informazione e formazione (o de-formazione) che la stragrande maggioranza della gente riceve proviene dai mezzi di comunicazione.

È d’altra parte ugualmente chiaro che qui non abbiamo a che fare con tematiche
Di secondaria importanza; non si tratta di giochi di curiosità o forme di intrattenimento, che passano senza lasciare traccia di sé.
Qui si tratta si problemi che riguardano la vita e la morte di persone umane,
la manipolazione di un uomo da parte di un altro uomo, la concezione stessa della persona e della società...

Sono problemi che si ripercuotono profondamente nel vissuto e nella vita (o morte)
di esseri umani, e che contribuiscono a configurare la cultura della nostra società.
Se, dunque, i mass media influiscono profondamente su un settore importante
della vita individuale e sociale, è legittimo – anzi, doveroso – che ci poniamo alcune domande:
in che modo vengono oggi presentati e trattati i problemi riguardanti la bioetica?

Si può dire che l'informazione in questo campo sia accurata, completa, rispettosa della realtà?
Prevale il senso dell'equilibrio informativo sul facile allarmismo scandalistico?
Non è mio compito rispondere a queste o altre possibili domande.
Vorrei però esprimere alcune "preoccupazioni" che nascono in me dall’osservazione generale del “tono” e del “taglio” utilizzato dai media per quanto riguarda la bioetica.







Preparazione e competenza




Rimasi veramente stupito quando ebbi modo di leggere su un giornale di grande tiratura un articolo di un giornalista di grande prestigio, nel quale si auspicava,
in riferimento alla riproduzione assistita, una legge che finalmente mettesse dei limiti alla bioetica.
Poco dopo in una rivista un altro scrittore parlava delle cliniche di bioetica.

Forse – pensai – dato che si parla di “genetica” e “biogenetica”,
qualcuno crede che la “bioetica” sia l'insieme delle tecniche di riproduzione assistita.

Posso capire che tra la gente “profana” si sia generata una simile confusione.
Ma non me lo aspettavo da parte di uno che se la sente di poter offrire un contributo valido su un organo di stampa a scala nazionale.

Mi tornò alla mente quella battuta, un po’ pesante, di uno che chiede quale sia la differenza tra lo scienziato e il giornalista.

Risposta: lo scienziato è quello che sa tutto di niente; il giornalista, viceversa.
In verità, il buon giornalista – e ci sono – è uno che sa molto di molto... e che parla soltanto di ciò che sa (e si informa bene prima di parlare).

Ma dobbiamo constatare che ci sono pochi giornalisti veramente preparati nel campo della bioetica, come in quello dell’etica in generale.
E davanti alla valanga di casi, dati, eventi... riguardanti problemi di bioetica, che arrivano tempestivamente nelle redazioni di giornali e nelle catene di radio o televisione, il compito di coprirli e commentarli viene affidato a... “qualcuno”.

Naturalmente, è un problema che non riguarda solo la bioetica, ma il mondo dell’informazione in genere.
Ho l’impressione, però, che in questo campo (come in quello dell’informazione religiosa) ci sia una dose maggiore di quella pericolosa miscela di ignoranza e “spericolatezza”.

In questo settore troviamo frequentemente degli errori e delle imprecisioni che sono veramente preoccupanti.
A volte, quando leggo o sento certe cose, mi chiedo: se un giornalista sportivo facesse un errore equivalente a questo qui, se per esempio scambiasse la Coppa dei campioni con la Coppa UEFA... cosa gli succederebbe, dove andrebbe a finire?

E mi rispondo: forse alla sezione di religione o di bioetica!







Relativismo e falsa neutralità




Una seconda preoccupazione si riferisce alla pretesa “neutralità” con la quale i mass media presentano i temi e problemi di bioetica.
È chiaro che il buon giornalista deve sforzarsi per presentare i diversi punti di vista, anche contrastanti, sui temi che interessano a persone diverse, con diverse visioni delle cose, in un mondo pluralista come il nostro.

Deve raccogliere dati diversi e complementari, deve presentare le opinioni di coloro che hanno qualcosa di interessante da dire, da diverse angolature o da contrapposte posizioni.

Regna però la tendenza, facilmente comprensibile per uno che dedica la sua vita a “raccogliere opinioni”, a concludere e far concludere che tutte le opinioni valgono ugualmente.
È frequente trovare dei resoconti giornalistici su un caso problematico nel campo della bioetica, in cui, dopo aver forse raccolto le opinioni contrastanti di diversi esperti o “opinionisti”, l’autore del pezzo finisce con una frase del tipo:
“come si vede, ognuno ha la propria verità”.

Ma quale è il messaggio di una simile espressione?

In fondo si tratta della affermazione velata di una visione relativistica della realtà, soprattutto della realtà etica.
Dicendo, più o meno esplicitamente, che una opinione vale l’altra, si prende partito per una determinata e concreta scuola etica: quella del relativismo, o del non-cognitivismo (o scetticismo etico). In fin dei conti non si offre una visione neutra, ma di parte.

Questa tendenza al relativismo morale può derivare semplicemente dall’approccio giornalistico verso la realtà: raccolta di dati e opinione, esposizione asettica di queste, senza sbilanciamento personale per l’una o per l’altra.
Può essere però anche radicata in un “background” filosofico preciso, più o meno coscientemente ed esplicitamente abbracciato: appunto quello del relativismo.
Probabilmente quello che ho chiamato “approccio giornalistico” favorisce tra i professionisti della comunicazione sociale questa visione filosofica.

A volte, poi, il giornalista formula dei giudizi personali, sparsi qua e la,
anche in un testo apparentemente soltanto informativo.
Niente di male, purché sia ben chiaro che di questo si tratta.
Ma questo ci porta alla considerazione della terza preoccupazione.







Ricerca dello scandalo e della polemica




Il giornalista va alla caccia di “notizie”. Quando non le trova, le inventa.
O fa sì che un fatto di poco rilievo sembri un evento quasi epocale.
Alcuni anni fa rilasciai un’intervista a un giornalista del SIR (“Servizio di Informazione Religiosa”, della CEI).

Si parlava di un documento pubblicato dal Comitato di Bioetica francese, che approvava la sterilizzazione delle donne che soffrono un handicap mentale, per evitare il pericolo di gravidanze. Mi dichiarai contrario, offrendo le mie motivazioni.

Alla fine il giornalista mi chiese:“Se invece non si trattasse di sterilizzazione, ma di contraccettivi ormonali?”. Risposi dicendo che in quel caso la cosa cambia, in quanto non c’è una menomazione definitiva della donna, e la donna che eventualmente soffre una violenza sessuale non è tenuta a rispettare il significato procreativo della sessualità, come non deve rispettare il suo significato unitivo.

“Qualcosa di simile – mi disse lui – al famoso caso delle suore del Congo Belga, negli anni sessanta”.

Esatto, risposi.

E aggiunsi: però è chiaro che si dovrebbe trattare di mezzi che non sono abortivi. “È chiaro”, rispose lui.

Il giorno dopo, un dispaccio dell’agenzia ANSA riportò solo quest’ultima parte dell’intervista, aggiungendo che si trattava di qualche cosa di rivoluzionario.
Diceva che, dato il personaggio, il modo in cui aveva rilasciato l’intervista e il tono dell’intervista, non si poteva trattare di una “sparata”.

L’interpretazione era che il Vaticano aveva “inviato” un teologo moralista “moderato” per cominciare a modificare la dottrina sulla contraccezione.

La mia intervista, infatti, “apriva una breccia nel muro della dottrina dell’Humanae vitae.

Quando un giornalista amico mi segnalò il dispaccio ANSA mi misi a ridere,
convintissimo che quello non potesse interessare a nessuno.

Invece, la notizia fu data quella sera dal TG1 delle 8, tra le notizie di apertura, con tanto di musica sotto: “Teologo del Vaticano apre alla contraccezione...!”.
Il giorno dopo, la “notizia” era sulle prime pagine di tutti i giornali:
“La pillola alle suore”, e titoli simili.

Scrissi un breve articolo per L’Osservatore Romano del giorno, spiegando che si trattava di una interpretazione sbagliata.

Il giorno seguente i giornali titolavano: “Il teologo fa retromarcia!”.
Stessa cosa si è vista poco fa a proposito di una dichiarazione del Card. Humes, neo prefetto della Congregazione per il Clero.

Aveva affermato che il celibato sacerdotale “non è un dogma!”.

E che dunque un giorno la Chiesa potrebbe cambiare questa disposizione.
Certo, detto da chi proprio in quei giorni cominciava il suo servizio a fronte di quel dicastero, faceva un pò d’impressione.
Ne parlarono giornali, radio e televisioni.

Il giorno dopo il cardinale spiegò, anche lui in un articolo sul L’Osservatore, che si trattava di una forzatura.
Che, effettivamente, il celibato sacerdotale non è un dogma, ma questo non toglie la sua validità, etc. Immaginate i titoli dei giornali?

Effettivamente: “Il Cardinale fa retromarcia”!

Uno degli ingredienti della notizia è la polemica. Siamo tutti curiosi quando qualcuno disputa o lotta contro altri.
Questo elemento viene spesso utilizzato dai giornali; ancor di più da radio e televisioni, dove il confronto lo si vede e lo si sente.
Questo fenomeno fa sì che temi delicati e gravi, che spesso richiederebbero una trattazione pacata, discorsiva, a volte quasi meditativa, vengano gridati, acutizzati, esacerbati.
In questo modo il pubblico difficilmente può farsi un’idea serena, minimamente profonda, del problema trattato.







Orientamento e manipolazione




Fin qui ho parlato soltanto di un certo “atteggiamento” giornalistico,
un tipo di approccio verso la realtà, tipico di questo mestiere.
Ma sappiamo bene che, purtroppo, esiste anche il fenomeno della “manipolazione” volontaria di notizie, dati, opinioni...
Per quanto riguarda l’informazione sui temi della bioetica il fenomeno è chiaro e frequente.
Alcuni sono temi “scottanti”, pieni di significati ed implicazioni culturali,
sociologiche e perfino politiche.
Pensiamo all’aborto, la contraccezione, la riproduzione assistita, l’eutanasia...
Su questi ed altri temi si scontrano visioni profondamente diverse sulla persona umana, sul ruolo della legge e della società, sui fondamenti stessi della conoscenza e della coscienza etica.
Su questi temi ci sono anche delle posizioni prese da individui, gruppi e partiti politici.
E ci sono anche, in alcuni casi, dei grossi interessi economici intorno ad essi.
Bisognerebbe avere una concezione “angelicale” della realtà dell’informazione di massa.
Per non vedere il pericolo di manipolazione o di “orientamento” interessato delle notizie e delle opinioni in relazione a questi problemi. Sarà l’ideologia del giornalista, sarà il colore politico della testata dalla quale riceve il pane quotidiano, sarà la pressione di un determinato gruppo...

E poi, è talmente facile manipolare le cose...
Basta un piccolo “tocco”, un aggettivo nel titolo o sottotitolo (cioè nell’unico testo che molti leggeranno), basta un’omissione!
Chi ha avuto a che fare, anche minimamente, con i mass media in questo settore, lo avrà sicuramente costatato.
Qualche tempo fa mi chiamò una giornalista di un importante nazionale.
Una coppia di portatori sani del gene della talassemia aveva avuto un figlio talassemico.
La donna era incinta di gemelli, di cui uno risultò, con la diagnosi prenatale, portatore del gene, l’altro no.
Chiedevano il permesso per abortire il portatore.
Io dissi che mi sembrava aberrante che i genitori di due figli volessero uccidere il figlio malato solo perché malato, risparmiando il sano solo perché sano.

Il giorno dopo sul giornale veniva riportata la notizia, e due quadretti con l’intervista a me e a un’altra bioeticista, la quale affermava che si trattava di una scelta drammatica ma purtroppo l’unica giusta.

Diceva la giornalista: “La prof.ssa N., molto equilibrata...”;
invece, “P. Miranda, con tono perentorio...”.

Era proprio necessario aggiungere queste brevi qualificazioni (questa squalifica?).
Uno si rende conto dell’efficacia e semplicità delle tecniche manipolatorie quando, per esempio, dopo la registrazione di una trasmissione televisiva di grande prestigio, vede che gli è stata tagliata a metà una sua frase.
Sarà per guadagnare un po’ di tempo?

Ma veramente era necessario risparmiare quei cinque secondi?
Guarda caso, erano i cinque secondi in cui dicevo quello che cozzava frontalmente contro la tesi manifesta di tutto il programma.







Conclusione




È evidente, non ho voluto nasconderlo, il carattere critico e provocatorio di questo mio intervento. Non pretendo – non lo pretendiamo neanche in tutta la tavola rotonda – offrire soluzioni, tanto meno “illuminate” e definitive.
Credo solamente che la presa di coscienza di questi problemi in un campo informativo così delicato e decisivo come quello della bioetica, possa aiutare a riflettere su come possono almeno essere diminuiti e controllati.

Ne guadagnerebbe tutta la società.

Argomento pubblicato su Blog CATTOLICI, il Raccoglitore Italiano di BLOG di Fedeli CATTOLICI...
http://blogcattolici.blogspot.com/

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- Non potete alterare o trasformare quest'opera, nè usarla per crearne un'altra.

Si ringrazia,
Gonzalo Miranda, L.C.
Professore Ordinario di Bioetica
Ateneo Pontificio Regina Apostolorum



Si ringrazia,
ll sig. Alessandro Proietti
Blog CATTOLICI













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"[...] Non abbiate paura!
APRITE, anzi, SPALANCATE le PORTE A CRISTO!
Alla sua salvatrice potestà aprite i confini degli Stati, i sistemi economici come quelli politici, i vasti campi di cultura, di civiltà, di sviluppo.
Non abbiate paura!
Cristo sa "cosa è dentro l’uomo". Solo lui lo sa!
Oggi così spesso l’uomo non sa cosa si porta dentro,
nel profondo del suo animo, del suo cuore.
Così spesso è incerto del senso della sua vita su questa terra.
È invaso dal dubbio che si tramuta in disperazione.
Permettete, quindi – vi prego, vi imploro con umiltà e con fiducia – permettete a Cristo di parlare all’uomo.
Solo lui ha parole di vita, sì! di vita eterna. [...]"


Papa Giovanni Paolo II
(estratto dell'omelia pronunciata domenica 22 ottobre 1978)



 
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