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Preghiera per la Chiesa Perseguitata















Preghiera per la Chiesa Perseguitata




Pubblichiamo il testo della preghiera che Papa Pio XII scrisse il 16 luglio 1957 per quella che si chiamava «CHIESA DEL SILENZIO».

Il riferimento era alle persecuzioni, più o meno nascoste, che i cristiani subivano, in quegli anni, nei Paesi ove vi fossero regimi di ideologia comunista. Cambia ora il nome dei persecutori, ma le pratiche son sempre le stesse e non meno violente di quelle che i primi cristiani avevano conosciuto nei loro primi secoli di vita.







"O Signore Gesù, Re dei martiri, conforto degli afflitti, appoggio e sostegno di quanti soffrono per amor tuo e per la loro fedeltà alla tua Sposa, la Santa Madre Chiesa, ascolta benigno le nostre fervide preghiere per i nostri fratelli della « Chiesa del silenzio », affinché non solo non vengano mai meno nella lotta, né vacillino nella fede, ma valgano anzi a sperimentare la dolcezza delle consolazioni da Te riservate alle anime, che Ti degni di chiamare ad essere tue compagne nell'alto della croce.



Per coloro che debbono sopportare tormenti e violenze, fame e fatiche, sii Tu fortezza incrollabile, che li avvalori nei cimenti e infonda loro la certezza dei premi promessi a chi persevererà sino alla fine.



Per coloro che sono sottoposti a costrizioni morali, molte volte tanto più pericolose quanto più subdole, sii Tu luce che ne illumini le intelligenze, affinché vedano chiaramente il retto cammino della verità, e forza che sorregga le loro volontà, superando ogni crisi, ogni tentennamento e stanchezza.



Per coloro che sono nella impossibilità di professare apertamente la loro fede, di praticare regolarmente la vita cristiana, di ricevere frequentemente i Santi Sacramenti, d'intrattenersi filialmente con le loro guide spirituali, sii Tu stesso ara occulta, tempio invisibile, grazia sovrabbondante e voce paterna, che li aiuti, li animi, sani gli spiriti dolenti e doni loro gaudio e pace. Possa la nostra fervorosa orazione essere loro di soccorso; faccia la nostra fraterna solidarietà sentir loro che non sono soli; sia il loro esempio di edificazione per tutta la Chiesa, e specialmente per noi che con tanto affetto li ricordiamo.



Concedi, o Signore, che siano abbreviati i giorni della prova e che ben presto tutti — insieme coi loro oppressori convertiti — possano liberamente servire e adorare Te, che col Padre e con lo Spirito Santo, vivi e regni per tutti i secoli dei secoli.
Così sia!"

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Poi si recita il S. Rosario e al termine di ogni Mistero aggiungiamo una speciale intenzione di preghiera per i cristiani perseguitati.








Infine le Litanie dei martiri.







Litanie dei martiri della Chiesa


Ecumenismo del sangue







Sacerdote: Rendiamo grazie, o Dio Padre onnipotente, per averci dato dei Fratelli, che hanno testimoniato il loro amore per Te con una vita santa, e fino all’effusione del sangue. Il loro esempio illumini e sostenga il nostro cammino fino al giorno in cui giungeremo alla Gerusalemme celeste. Per Cristo nostro Signore.
Amen.



Signore pietà............... Signore pietà

Cristo pietà................ Cristo pietà

Signore pietà............... Signore pietà




Santa Maria, Madre di Dio e Regina dei Martiri - Prega per noi.

San Giuseppe, “uomo giusto”, sposo della Madre di Dio e custode di Gesù
S. Giovanni Battista precursore del Signore
Santi Pietro e Paolo, martiri di Cristo, colonne e fondamento della Chiesa di Roma - Pregate per noi.







PROTOMARTIRI GERME DI NUOVI CRISTIANI



- S. Giacomo Apostolo “fratello del Signore”, primo pastore nella Chiesa di Gerusalemme

- S. Bartolomeo Apostolo di Cana di Galilea, predicatore del Vangelo in India

- S. Andrea Apostolo fratello di Simon Pietro e come lui pescatore, crocifisso come il suo Signore

- S. Agnese che vinse sia la sua giovane età sia la prepotenza del tiranno

- S. Cecilia, ragazza coraggiosa canto gioioso di lode al Cristo suo sposo

- San Policarpo di Smirne pane triturato dai denti delle belve, fiero del martirio

- SS. Martiri di Alessandria d’Egitto vittime riunite nella Eucarestia.

- SS. Martiri della Numidia fedeli a Cristo non consegnaste le Sacre Scritture

- SS. Martiri di Abitinia riuniti a celebrare il S. Sacrificio del Signore “senza cui non possiamo vivere”

- SS. Martiri di Persia, vescovi, presbiteri compagni di fede e di martirio.

- S. Alessandro e SS. martiri di Lione lettera vivente alle chiese di Asia e Frigia.

- SS. Cosma e Damiano con l’arte medica e la dolcezza testimoni e martiri in Siria

- S. Tarcisio, adolescente dai forti ideali e intrepido difensore dell’Eucaristia

- SS. Marco e Marcelliano, fratelli di sangue e inseparabili nel martirio

- SS. Martiri Greci: Maria, Neone, Ippolito, Adria, Paolina, Marta, Valeria, Eusebio e Marcello, dono della Chiesa Orientale

- SS. Perpetua e Felicita. Tu nobile e tu schiava, dal carcere vi recaste nell’anfiteatro liete e serene







PAPI MARTIRI



- S. Callisto I, papa e martire, custode dei fratelli di fede

- S. Ponziano, papa e martire, condannato alle miniere

- S. Fabiano, papa e martire, organizzatore della Chiesa romana

- S. Cornelio, papa e martire, “modello di umiltà, pazienza e bontà”

- S. Eusebio, papa e martire, misericordioso verso i bisognosi di perdono







DIACONI MARTIRI



- Santo Stefano primo testimone del Signore

- Santi Diaconi: Gennaro, Magno, Vincenzo, Stefano, Felicissimo e Agapito, compagni nel martirio del papa Sisto II

- S. Lorenzo mostrò ai carnefici i veri tesori della Chiesa: i poveri che aveva sfamato







TESTIMONI delle Chiese missionarie



- SS. Paolo Hong Yong-ju, Giovanni Yi Mun-u e Barbara Ch’oe Yong-i martiri della Corea

- SS. Paolo Miki e venticinque compagni martiri, a Nagasaki in Giappone.

- Beati Tommaso Hemmerford, Giacomo Fenn, Giovanni Nutter, martiri della Chiesa di Inghilterra per la fedeltà alla Chiesa Romana

- SS. Carlo Lwanga e compagni, di età tra i quattordici e i trent’anni, martiri sul colle Namugongo, in Uganda.

- SS. Domenico Toai e Domenico Huyen padri di famiglia e pescatori, testimoni della fede in Vietnam

- S. Giovanni de Brébeuf missionario di Cristo nella regione dell’Urone in Canada

- S. Giovanni Nepomuceno martire a Praga in Boemia

- S. Giulio Alvarez martire a Guadalajara in Messico

- S. Fedele da Sigmaringen, presbitero e martire a Seewis, in Svizzera

- S. Pietro Chanel evangelizzatore dell’Oceania occidentale, primo martire dell’Oceania.







VESCOVI SANTI



- San Martino mantello di carità per i poveri

- San Bonifacio – Vinfrido totalmente dedito alla causa del Vangelo in Germania

- Sant’ Ansgario – Oscar martire e apostolo del Vangelo in Islanda, Danimarca, Svezia

- Andrea, il folle, primo grande maestro di santità della chiesa bizantina

- San Tommaso Becket vescovo di Canterbury più fedele a Cristo che al re, ucciso sull’altare

- Santi vescovi della Chiesa cristiane dell’Europa dell’est martirisotto i regimi totalitari

- Luigi Stepinac, martire, vescovo solerte, perseguitato in Croazia dal regime comunista

- Beato Oscar Arnulfo Romero, ha dato la vita per svelare il lato oscuro di falsi credenti, difensore dei poveri







MARTIRI DEL XX E XXI SECOLO



- SS. Martiri della Chiesa dell’Armenia, vittime del crudele genocidio

- S. Teresa Benedetta della Croce (Edith) Stein ebrea, difesa della dignità degli uomini, martire a Oswiecim (Auschwitz)

- S. Massimiliano Kolbe, offristi la tua vita per un altro prigioniero a Oswiecim (Auschwitz)

- Michele Agostino Pro, martire, sacerdote ucciso in Messico, novembre 1927

- Isidoro Bakanja, martire, laico, catechista a Busirà, Repubblica Democratica del Congo

- Martiri e confessori della Chiesa Russa e della Ucraina

- Martin Luther King testimone del sogno grande dell’amore e dei diritti di ogni uomo

- Dietrich Bonhoeffer testimone del vangelo e della giustizia contro la dittatura nazista

- Luigi Padovese vescovo, Andrea Santoro sacerdote umili e solitari testimoni nella Turchia di oggi

- Monaci di Thiberine innamorati del Cristo, dei poveri e degli arabi dell’Algeria

- Pino Puglisi, Beppe Diana sacerdoti, Rosario Livatino, magistrato, vittime di mafia

- Shahbaz Batti, martiri copti, universitari dell’Uganda, sposi ed adolescenti vittime oggi del fondamentalismo islamico







FEDELI SANTI



- Giovani e adulti cercatori di giustizia, verità e pace di ogni fede e di ogni appartenenza

- Uomini e donne di buona volontà creatori di pensieri e di opere di pace

- Anche voi, peccatori, convertiti alla bontà del Padre, lavati nel sangue di Cristo e santificati dallo Spirito Santo

- Tutte voi, Anime Sante, il cui è conosciuto solo dal Padre e volutamente nascosto dai tiranni







Agnello di Dio, che togli i peccati del mondo ......
perdonaci, o Signore

Agnello di Dio, che togli i peccati del mondo ......
aiutaci, o Signore

Agnello di Dio, che togli i peccati del mondo ......
abbi pietà di noi




Prega per noi, Santa Madre di Dio.

E saremo fatti degni delle promesse di Cristo.



Sacerdote: O Dio, Padre di tutti gli uomini, rinnova nel tuo Santo Spirito la faccia della terra e conduci questa tua umanità sulle vie della giustizia e della pace, perché possa giungere a godere un giorno con Maria della tua gloria senza fine. Per Cristo nostro Signore.
Amen.



Guida: Secondo le intenzioni del Papa:



Padre nostro... Dacci oggi...

Ave Maria... Santa maria...

Gloria... Come era nel principio...

Lodato sempre sia il Santissimo nome di Gesù, Giuseppe e Maria.

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Prendiamo in considerazione due dei tanti esempi di vita cristiana.

A tal proposito, ricordiamo il significato del termine evangelizzare:
«testimoniare in prima persona l’amore di Dio, è superare i nostri egoismi, è servire chinandoci a lavare i piedi dei nostri fratelli come ha fatto Gesù. Tre parole: Andate, senza paura, per servire. Andate, senza paura, per servire. Seguendo queste tre parole sperimenterete che chi evangelizza è evangelizzato, chi trasmette la gioia della fede, riceve più gioia.» (Papa Francesco, Santa Messa per la XXVIII Giornata Mondiale della Gioventù - Rio de Janeiro 28 luglio 2013).

Testimonianze di altri missionari, possono essere lette qui di seguito:
Fondamenti della Missione









Il Beato Oscar Arnulfo Romero Galdámez, l’Arcivescovo di San Salvador, capitale di El Salvador che è stato ucciso il 24 marzo 1980 mentre celebrava la Messa. Ha difeso dei diritti dei poveri, degli oppressi, denunciando in chiesa e con la radio emittente della diocesi le violenze subite dalla popolazione in un momento in cui in quel paese infieriva la repressione sociale e politica.
Oggi Oscar Romero è considerato, non solo in America Latina, martire della giustizia e della pace.
L’amore e la dedizione che unisce Romero al popolo salvadoregno, che oggi lo prega e lo invoca coma San Romero d’America, è racchiuso nelle ultime parole pronunciate dal vescovo prima di essere ucciso, mentre elevava il calice: “Possa questo sacrificio di Cristo darci il coraggio di offrire il nostro corpo e il nostro sangue per la giustizia e la pace del nostro popolo”.
E ancora, nella frase che era solito ripetere nei momenti in cui la sua denuncia delle ingiustizie si faceva più aperta e la sfida al regime più pericolosa: “Se mi uccidono risorgerò nel mio popolo”.
Papa Francesco in data 3 febbraio 2015 ha promulgato il decreto che riconosce il martirio in odio alla fede di Mons. Romero.



“Non ho la vocazione di martire”, confida, anche se predica che “uno non deve mai amarsi al punto da evitare ogni possibile rischio di morte che la storia gli pone davanti. Chi cerca in tutti i modi di evitare un simile pericolo, ha già perso la propria vita”.

Oscar Arnulfo Romero nasce il 15 marzo 1917 a Ciudad Barrios di El Salvador; ordinato il 4 aprile 1942 a Roma dove sta studiando, quando torna in patria, gli trovano un posto in parrocchia; poi diventa rettore del seminario interdiocesano di San Salvador, direttore di riviste pastorali e segretario della Conferenza Episcopale dell'America Centrale e di Panama. È un uomo che conta, conosciuto per la sua posizione conservatrice e tradizionalista, spiritualmente molto vicino all’Opus Dei. Per questo sono in molti a stupirsi ed a dispiacersi, quando nel 1970 diventa ausiliare del vescovo “progressista” di San Salvador, perché si ha timore che il conservatore Romero possa frenare l’azione innovativa intrapresa.

Timori e ostilità anche nel clero si manifestano maggiormente quando, nel 1977, diventa a sorpresa arcivescovo di San Salvador, cui si contrappone la gioia del governo e dei gruppi di potere, per i quali la nomina di questo vescovo quasi sessantenne, tutto “spirituale” e completamente “dedito agli studi”, è la miglior garanzia di un rallentamento dell’impegno per i poveri che l'arcidiocesi stava sviluppando con il predecessore. Ci sono cioè fondate speranze che con lui la Chiesa di San Salvador si sciolga da ogni impegno sociale e politico, che la sua diventi una pastorale “spiritualizzata” e dunque asettica, disincarnata, disinteressata ad ogni evento politico. Così si interpreta il suo rifiuto della Cadillac fiammante e del sontuoso palazzo di marmi che i proprietari terrieri subito gli offrono, come anche la sua mancata presenza alla cerimonia di insediamento del dittatore.

Cosa avvenga di così deflagrante nella vita di Mons. Romero, da trasformare il conservatore che tutti conoscono nel battagliero assertore dei diritti umani, non è dato saperlo, anche se alcuni collegano questa sua “conversione” all’assassinio del gesuita padre Rutilio Grande, di cui era amico, avvenuto poche settimane dopo la sua nomina. Non bisogna però dimenticare che Romero fin dagli anni giovanili aveva fama di sacerdote austero, con una profonda spiritualità, una salda dottrina e un amore speciale per i poveri. Molto semplicemente, di fronte all’oppressione e allo sfruttamento del popolo, osservando gli squadroni della morte che uccidono contadini, poveri e preti impegnati, il vescovo capisce di non poter fare a meno di prendere una posizione chiara. Istituisce una Commissione per la difesa dei diritti umani; le sue messe cominciano a diventare affollatissime; memorabili le sue denunce dei crimini di stato che ogni giorno si compiono.

Paga con un progressivo isolamento e con forti contrasti, sia in nunziatura che in Vaticano, la sua scelta preferenziale per i poveri: alcuni vescovi lo accusano di incitare “alla lotta di classe e alla rivoluzione”, mentre è malfamato e deriso dalla destra come sovversivo e comunista. “Nel nome di Dio e del popolo che soffre vi supplico, vi prego, e in nome di Dio vi ordino, cessi la persecuzione contro il popolo", dice il 23 marzo 1980, nella sua ultima predica in cattedrale. Il giorno dopo, nel tardo pomeriggio, un sicario si intrufola nella cappella dell’ospedale, dove Romero sta celebrando, e gli spara dritto al cuore, mentre il vescovo alza il calice al momento dell’offertorio. Aveva appena detto: “In questo Calice il vino diventa sangue che è stato il prezzo della salvezza. Possa questo sacrificio di Cristo darci il coraggio di offrire il nostro corpo ed il nostro sangue per la giustizia e la pace del nostro popolo”.

Subito considerato come martire dal popolo salvadoregno, la causa della sua beatificazione inizia nel 1997 ma si arena subito in Vaticano, perché anche da morto il vescovo ha i suoi nemici: pesa come un’ombra cupa sul suo operato l’accusa di essere stato simpatizzante della Teologia della Liberazione, mentre chi lo ha conosciuto bene continua a testimoniare che “Romero non era un rivoluzionario, ma un uomo della Chiesa, del Vangelo e quindi dei poveri”.

La Causa sembrava sbloccarsi con l’avvento di Papa Francesco e si cominciò a sperare nella beatificazione nel 2017, anno centenario della nascita, ma il Papa spiazzando tutti il 3 febbraio 2015 ha riconosciuto il martirio del vescovo Romero, che il 23 maggio 2015 è diventato dunque beato.

Si ringrazia:
Gianpiero Pettiti













Annalena Tonelli, la missionaria laica uccisa a Borama il 5 ottobre 2003, di sera, mentre tornava a casa, dopo trentacinque anni vissuti a testimoniare la radicalità evangelica in terra musulmana.
Può essere considerata una nuova martire della carità cristiana, una dei testimoni più significativi del nostro tempo che ha già visto in questi ultimi decenni, centinaia di vittime, che a vari motivi, religiosi, politici, guerriglia, ignoranza, miseria, odio razziale, hanno perso la loro vita nel fare del bene e nel portare sollievo alle sofferenze e privazioni, di tanta gente.

«Scelsi di essere per gli altri: i poveri, i sofferenti, gli abbandonati, i non amati, che ero bambina e così sono stata e confido di continuare fino alla fine della mia vita. Volevo seguire solo Gesù Cristo.
Null’altro mi interessava così fortemente: Lui e i poveri in Lui. Per Lui feci una scelta di povertà radicale".»

Così Annalena Tonelli, nata a Forlì nel 1943, raccontava la sua scelta di missionaria laica tra i poveri dell’Africa, dove ha approdato nel 1969. Molte le opere da lei attivate in Kenya e in Somalia, tra cui spiccano, a Borama, la Scuola speciale per sordomuti e bambini disabili e il Centro antitubercolosi, che assiste e guarisce migliaia di ammalati.



«Eppure la vita ha senso solo se si ama. Nulla ha senso al di fuori dell’amore. La mia vita ha conosciuto tanti e poi tanti pericoli, ho rischiato la morte tante e poi tante volte.
Sono stata per anni nel mezzo della guerra: ho sperimentato nella carne dei miei, di quelli che amavo, e dunque nella mia carne, la cattiveria dell’uomo, la sua perversità, la sua crudeltà, la sua iniquità.
E ne sono uscita con una convinzione incrollabile che ciò che conta è solo amare.
Se anche DIO non ci fosse, solo l’amore ha senso, solo l’amore libera l’uomo da tutto ciò che lo rende schiavo, in particolare solo l’amore fa respirare, crescere, fiorire; solo l’amore fa sì che noi non abbiamo più paura di nulla, che noi ci porgiamo la guancia ancora non ferita allo scherno e alla battitura di chi ci colpisce perché non sa quello che fa, che noi rischiamo la vita per i nostri amici, che tutto crediamo, tutto sopportiamo, tutto speriamo...

Ed è allora che la nostra vita diventa degna di essere vissuta.

Ed è allora che la nostra vita diventa bellezza, grazia, benedizione.

Ed è allora che la nostra vita diventa felicità anche nella sofferenza, perché noi viviamo nella nostra carne la bellezza del vivere e del morire.

Sento fortemente che tutti siamo chiamati all’amore, dunque alla santità...»



Parlava spesso della morte, Annalena Tonelli. Lo faceva con indignazione quando si trattava della morta degli altri, per le malattie e la guerra, per le ingiustizie e la cattiveria degli uomini. Lo faceva con estrema naturalezza quando parlava della propria morte, senza rassegnazione, ma come chi si affida completamente a un Altro e si prepara ad accedere alla vita vera.
Annalena Tonelli è stata uccisa barbaramente il 5 ottobre a Borama, in Somaliland. Un colpo alla testa mentre usciva dall’ospedale che aveva creato e che era tutta la sua vita. Si dice che sia stata assassinata da un estremista islamico, o forse per vendetta. È morta là dove aveva scelto di vivere, in quella terra dura e ostile che è la Somalia, tra i “suoi” somali che ha amato per una vita intera. Una vita vissuta intensamente in nome di Dio e degli ultimi.

Annalena aveva sessant’anni. Trentaquattro li aveva trascorsi in Africa come missionaria laica, indipendente da qualsiasi congregazione, istituto missionario o organizzazione non-governativa. Era una donna fuori dal comune: intelligente, indipendente, piena di energie, lavoratrice indefessa e grande organizzatrice. Ma soprattutto si distingueva per la straordinaria dedizione ai suoi ammalati e per la profonda spiritualità, che l’avevano portata a scegliere gli ultimi in nome di Gesù, a consacrare in loro la sua vita affinché fosse degna di essere vissuta.

Sin da giovanissima aveva avvertito fortemente questa vocazione: a Forlì, nella sua città natale, aveva cominciato ad occuparsi dei bambini del locale brefotrofio, delle bambine con handicap mentale e vittime di grossi traumi di una casa famiglia e dei poveri del Sud del mondo attraverso le attività del “Comitato per la lotta contro la fame nel mondo” che lei stessa aveva contribuito a far nascere.

A un certo punto decide di partire. In testa e nel cuore Annalena ha i poveri dell’India; finisce invece in Africa. «Credevo di non potermi donare completamente rimanendo nel mio Paese – racconta in una toccante testimonianza resa in Vaticano nel 2001, in occasione di un convegno indetto dal Pontificio Consiglio per la pastorale della salute –. I confini della mia azione mi sembravano così stretti, asfittici... Compresi presto che si può servire e amare dovunque, ma ormai ero in Africa e sentii che era Dio che mi ci aveva portata e lì rimasi nella gioia e nella gratitudine. Partii decisa a gridare il Vangelo con la vita sulla scia di Charles de Foucauld, che aveva infiammato la mia esistenza. Trentatré anni dopo grido il Vangelo con la mia sola vita e brucio dal desiderio di continuare a gridarlo così fino alla fine. Questa la mia motivazione di fondo assieme ad una passione invincibile da sempre per l'uomo ferito e diminuito senza averlo meritato al di là della razza, della cultura, e della fede».

Non è mera retorica. Chi ha avuto il privilegio di conoscere Annalena sa che più che alle parole era ai fatti che affidava la sua testimonianza di amore evangelico, di scelta totale per gli altri, per l’Africa, e in particolare per i suoi somali. Una testimonianza di vita – e di morte – in un contesto radicalmente musulmano, spesso difficile e ostile, ma anche ricco di una profondità umana e spirituale che solo dalla vicinanza con le persone poteva emergere.
«Scelsi di essere per gli altri – scriveva Annalena –, i poveri, i sofferenti, gli abbandonati, i non amati che ero una bambina e così sono stata e confido di continuare a essere fino alla fine della mia vita. Volevo seguire solo Gesù Cristo. Null'altro mi interessava così fortemente: Lui e i poveri in Lui. Per Lui feci una scelta di povertà radicale... anche se povera come un vero povero, i poveri di cui è piena ogni mia giornata, io non potrò essere mai».

A Borama, nel nord della Somalia, nell’auto-proclamata Repubblica del Somaliland, Annalena era arrivata nel 1996. Qui aveva creato un ospedale per la cura della tubercolosi, ma soprattutto aveva portato una luce di speranza per tanti ammalati, poveri, afflitti, diseredati… Un lavoro che le era valso la stima di gran parte della popolazione, ma che le aveva attirato anche l’odio e l’inimicizia dei settori più tradizionalisti della società e degli estremisti islamici.
L’avevano minacciata più volte. Lei ormai non se ne curava più. La sua lotta contro la tubercolosi, ma anche contro l’ignoranza e il pregiudizio e tutte le forme di miseria materiale e spirituale veniva prima di tutto.

Annalena non era un medico. Era laureata in legge e abilitata all'insegnamento della lingua inglese nelle scuole superiori in Kenya. L’incontro con l’Africa e in particolare con i somali, la spingono a fare studi di medicina. Consegue certificati e diplomi di controllo della tubercolosi in Kenya, di Medicina tropicale e comunitaria in Inghilterra, di Leprologia in Spagna. Partì dall’Italia nel gennaio del 1969. Da allora e fino alla sua morte è sempre vissuta al servizio dei somali. Trentaquattro anni di condivisione.
Annalena giunse dapprima in Kenya come insegnante, benché la cosa non le soddisfacesse fino in fondo. Ma era l’unico modo per potersi inserire in un contesto così diverso, in un’esperienza così forte, già allora pienamente consapevole che la cultura rappresentasse una forza potente di liberazione e di crescita.

A Wajir, nel deserto a nord-est del Kenya, erano i tempi di una terribile carestia. Annalena lo rammenta con sofferenza, così come ricorda con struggimento le molte altre vittime della fame che ha incontrato nella sua esperienza africana, specialmente a Merca, in Somalia, agli inizi degli anni Novanta, «esperienze così traumatizzanti da mettere in pericolo la fede».
Nei racconti di Annalena tornano spesso quei giorni a Wajir, quando per la prima volta donò il suo sangue a un bambino e invitò i suoi studenti a fare altrettanto. La reazione fu scettica, ma quando uno di loro si fece coraggio anche altri riuscirono a superare i pregiudizi e le chiusure di quel mondo estremamente tradizionalista. «Fu forse la mia prima esperienza in cui, anche in un contesto islamico, l'amore generò amore».

Era quello l’inizio di un lungo cammino, spesso segnato dalla sofferenza e dalla discriminazione, dal rifiuto e dalla diffidenza. Lei, donna, giovane, bianca e cristiana, senza marito e senza figli, era degna solo di disprezzo. Solo dopo molti anni, un vecchio capo locale ebbe il coraggio di dire ad alta voce quello che molti pensavano. «Noi musulmani abbiamo la fede, voi avete l’amore». «Fu come il tempo del grande disgelo – ricorda Annalena –. Solo chi mi conosce bene dice e ripete senza stancarsi che io sono somala come loro e sono madre autentica di tutti quelli che ho salvato, guarito, aiutato...».
E sono soprattutto i “suoi” tubercolotici a considerarla una madre. Abbandonati e respinti perché “maledetti”, vittime della malattia, ma anche dello stigma che ad essa si accompagna, sono stati il “primo amore” di Annalena. «Quello che più spaccava il cuore era il loro abbandono, la loro sofferenza senza nessun tipo di conforto».

Nel 1976 l’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) le chiese di diventare responsabile di un progetto pilota per la cura della tubercolosi tra i nomadi. Oggi il trattamento messo a punto dalla Tonelli – che consente la guarigione in un tempo di sei mesi – è stato adottato come policy dall'Oms per il controllo della tubercolosi nel mondo ed è applicata in molti Paesi dell'Africa, dell'Asia, dell'America e anche dell'Europa.
Nel 1984 Annalena fu costretta a lasciare il Kenya dopo aver denunciato i massacri che il governo stava commettendo contro una tribù di nomadi del deserto. Fu considerata persona non grata ed espulsa. Solo dopo 16 anni il governo keniano ha ammesso le proprie responsabilità.

«Ho esperimentato più volte nel corso della mia ormai lunga esistenza – scriveva – che non c'è male che non venga portato alla luce, non c'è verità che non venga svelata. L'importante è continuare a lottare come se la verità fosse già fatta e i soprusi non ci toccassero, e il male non trionfasse. Un giorno il bene risplenderà».
Quando torna in Africa, è di nuovo per stare con i somali. Annalena è a Mogadiscio agli inizi del 1991, nei momenti più drammatici della caduta di Siad Barre. È tra i pochissimi occidentali rimasti in città, in quei giorni di morte e distruzione, in cui tutti erano contro tutti.

«Ci incontrammo a Nairobi – ricorda mons. Giorgio Bertin, vescovo di Gibuti e amministratore apostolico di Mogadiscio –. Io ero stato tra gli ultimi a scappare dalla Somalia. Lei stava cercando in tutti i modi di rientrare. Era fatta così, desiderava sempre stare al fianco dei più poveri, dei più sofferenti, di quelli che lei chiamava “brandelli di umanità” e che amava profondamente».
Mons. Bertin le è stato vicino in tutti questi anni, sostenendola materialmente e spiritualmente. E oggi che Annalena non c’è più sta facendo il possibile per dare un futuro alle sue opere. Entrambi hanno condiviso la stessa passione e la stessa abnegazione per la Somalia e soprattutto per un popolo che ha subito troppi torti e soprusi.

Annalena li ha sperimentati in prima persona nei momenti più tragici della guerra civile. Dopo Mogadiscio, si stabilisce a Merca, sempre ad occuparsi di tubercolotici, ma anche di migliaia di persone che morivano a causa di una terribile carestia. «A quel tempo – ci racconta – ho dovuto assumere due persone solo per seppellire i morti. In poco più di due mesi oltre mille bambini sono morti di fame e di tubercolosi. In casa tenevo 600 piccoli tubercolotici per cercare di assisterli giorno e notte e ogni giorno sfamavo oltre tremila persone».

Annnalena ricorda le lunghe giornate rinchiusa nell’ospedale senza neppure attraversare la strada per poter tornare a casa perché era troppo pericoloso. Finché la situazione è diventata insostenibile e le pressioni dei diversi gruppi si sono fatte inaccettabili, al punto che era impossibile rimanere senza compromettersi con questo o quel clan, senza pagare una tangente o subire il ricatto di qualche gruppo armato. Annalena decide di andarsene. Il medico italiano che la sostituisce, Graziella Fumagalli di Caritas italiana, verrà uccisa pochi mesi dopo.

Annalena torna in Italia per un anno “sabbatico” che trascorre in un eremo. Nel 1996 è di nuovo in Somalia, ma questa volta al nord, in Somaliland. A Boroma, al confine con l’Etiopia, crea un centro anti-tubercolare d’avanguardia e promuove molteplici iniziative collaterali (la scuola per sordomuti, la campagna contro le mutilazioni genitali femminili, un progetto di sensibilizzazione sul problema dell’aids, campagne di operazioni di ciechi, assistenza ai malati mentali...).

Tutti la conoscono e la rispettano, ma c’è anche chi non sopporta la straniera “infedele”, che dà fastidio alle fasce più tradizionaliste della società e agli estremisti islamici, che non vedono di buon occhio la presenza di questa donna cristiana, che cerca di rompere un ordine stabilito da sempre e soprattutto di mettere in discussione il loro potere.
Le minacce piovono da più parti. «Un imam – ci racconta – predicava contro di me dalla moschea, dicendo di uccidere la bianca infedele che aveva portato l’aids e la tubercolosi e che accoglieva in nemici in ospedale. L’ho voluto incontrare e gli ho detto che lui mi aveva già uccisa con le sue parole. Da quel momento siamo diventati amici e lui è diventato uno dei miei più grandi sostenitori».

A Borama, Annalena era riuscita a fare un lavoro enorme, trasformando il piccolo ospedale coloniale nel miglior centro antitubercolare di tutta la Somalia, con oltre 300 posti letto, personale specializzato e un laboratorio di analisi avanzato. Si era battuta per combattere la tubercolosi e l’Aids, ma anche i pregiudizi e l’ignoranza che accompagnano queste malattie. «La tubercolosi – scriveva – è parte della gente, della sua storia della sua lotta per l'esistenza. Eppure la tubercolosi è stigma e maledizione: segno di una punizione mandata da Dio per un peccato commesso, aperto o nascosto. A Borama continua la lotta ogni giorno per la liberazione dall'ignoranza, dallo stigma, dalla schiavitù ai pregiudizi. A tutt'oggi, noi siamo testimoni di gente che sceglie di non essere diagnosticata, curata e guarita, e che dunque sceglie di morire pur di non dovere ammettere in pubblico di essere affetta dalla tubercolosi. Ogni giorno discutiamo con loro di ciò che li tiene schiavi, infelici, nel buio. E loro si liberano, diventano felici, sono sempre più nella luce».

Anche a Borama però le tensioni aumentano, specialmente dopo l’11 settembre – e soprattutto dopo l’attacco americano all’Afghanistan. Negli ambienti del fondamentalismo islamico cresce l’ostilità nei confronti della straniera cristiana, che pure non fa nulla per mostrare in pubblico la sua fede. Annalena sente l’ostilità, ma resta capace sino all’ultimo di distinguere: la popolazione, gente semplice che pratica un islam moderato e tolleranti, dai gruppi di fanatici estremisti, spesso finanziati e indottrinati dall’esterno.

E non si stanca di ripetere che il dono più grande glielo hanno fatto i suoi nomadi del deserto: «Musulmani, loro mi hanno insegnato la fede, l'abbandono incondizionato, la resa a Dio, una resa che non ha nulla di fatalistico, una resa rocciosa e arroccata in Dio, una resa che è fiducia e amore.
I miei nomadi del deserto mi hanno insegnato a tutto fare, tutto incominciare, tutto operare nel nome di Dio».

Si ringrazia:
Anna Pozzi











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"[...] Non abbiate paura!
APRITE, anzi, SPALANCATE le PORTE A CRISTO!
Alla sua salvatrice potestà aprite i confini degli Stati, i sistemi economici come quelli politici, i vasti campi di cultura, di civiltà, di sviluppo.
Non abbiate paura!
Cristo sa "cosa è dentro l’uomo". Solo lui lo sa!
Oggi così spesso l’uomo non sa cosa si porta dentro,
nel profondo del suo animo, del suo cuore.
Così spesso è incerto del senso della sua vita su questa terra.
È invaso dal dubbio che si tramuta in disperazione.
Permettete, quindi – vi prego, vi imploro con umiltà e con fiducia – permettete a Cristo di parlare all’uomo.
Solo lui ha parole di vita, sì! di vita eterna. [...]"


Papa Giovanni Paolo II
(estratto dell'omelia pronunciata domenica 22 ottobre 1978)



 
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